Autore: Franco Purini

  • Il mistero della catastrofe

    Il mistero della catastrofe

    Grazie per l’invito nella Villa Mondragone, di notevole interesse architettonico. Dividerò il mio intervento in due parti. La prima è una riflessione sul tema Progetto e Catastrofe. Passerò poi a mostrarvi alcuni progetti realizzati con Laura Thermes, relativi a questa tematica. Per prima cosa voglio ricordare che l’Italia ha una geologia giovane negli Appennini. Lungo queste montagne, di conseguenza, c’è un sistema di vulcani attivi, dall’Etna allo Stromboli, e una serie di vulcani spenti, da tempo in attesa o in esplosione come il Vesuvio del 1944. Nella Basilicata il Vulture è spento mentre i Campi Flegrei sono sempre un sistema che sembra costantemente di poter deflagrare. La Roccamonfina non è in funzione, così come i Colli Albani, ormai due crateri trasformati in laghi. Il Monte Amiata sovrasta con la sua mole molte aree della Toscana. Abbiamo poi i vulcani di fango dell’Emilia che sembrano ormai vicino allo spegnersi, o così appaiono. Infine, a ovest dell’Italia un enorme vulcano, il Marsili nel Tirreno, è una presenza inquietante nella sua invisibilità.

    I vulcani non sono nel nostro paese i soli segni di un territorio instabile. Abbiamo terremoti continui, spesso causa di morti, di cancellazioni di luoghi, di fenditure sulla terra. Le frane sono continue così come i fiumi che straripano distruggendo ponti, argini e case. Intere città sono in attesa di essere ricostruite – si pensi a L’Aquila e a molte altre città – ma come verranno ricostruiti gli edifici sarà oggetto di difficili interventi. Anche i nubifragi possono inondare le città. Gli incidenti automobilistici sono continui nelle autostrade e nelle strade urbane.

    Non dobbiamo dimenticare le catastrofi lasciate dalle guerre che hanno distrutto, specialmente nella Seconda guerra mondiale, intere città. Nella storia del Novecento italiano c’è una città, Milano, che è stata più colpita. C’è un bel libro in cui si fanno vedere le fotografie di una serie di edifici anche storici, frantumati. Nel giro di meno di dieci anni gli edifici distrutti, si pensi alla Scala, sono stati restaurati.

    Da un altro punto di vista anche la vicenda del ‘68, in quanto rivolta di noi giovani di allora contro le famiglie che erano chiuse e soprattutto controllavano la nostra vita in ogni aspetto, era considerata dai genitori un evento catastrofico. La libertà di scegliere la nostra esistenza visse sul controllo stretto su di noi. Non sempre ciò ci permise di fare cose importanti ma senz’altro un che di avventuroso fu per noi molto importante.

    Nei nostri anni ci sono stati scioperi, blocchi stradali, scontri, nonché battaglie tra la destra e la sinistra. Si pensi alle Brigate Rosse e alla fine di una figura più che importante come quella di Aldo Moro. Altri effetti di catastrofe hanno la mafia in Sicilia, la ‘ndrangheta in Calabria, la camorra in Campania. Quindi non solo ciò che accade lo è per motivi insiti alla geografia del paese, ma anche la condizione delle nostre città è in continua tensione. All’inizio del Novecento il Futurismo è stato uno delle più grandi avanguardie mondiali fondato sul principio della velocità. Il mondo, la vita, le città, le case, l’abitare non dovevano più essere tranquille ma luminose, come per Sant’Elia che aboliva le scale per salire solo con ascensori. Il tempo era quindi accelerato, come a moltiplicare la vita.

    In relazione al rapporto tra progetto e catastrofe, di cui si sta parlando, vorrei ora spostare il mio ragionamento sul piano dell’architettura, che offre una serie di problemi molto interessanti che forse non sono catastrofici ma abbastanza vicini a questa tematica. Pensiamo a Roma, ai suoi ruderi straordinari. Il Colosseo è stato utilizzato per secoli come una cava di travertino. Molti palazzi che conosciamo nel centro storico della nostra città sono stati costruiti con i blocchi che avevano sostenuto il grande anfiteatro. Il Palazzo della Cancelleria, quello Farnese e molti altri sono stati costruiti con materiali prelevati da questa grande opera. Due grandi architetti nell’Ottocento hanno “restaurato” il Colosseo seguendo due modalità diverse. L’architetto Raffaele Stern ha sostenuto la sequenza di archi costruendo uno sperone in mattoni. Molto importate è stato il suo tamponare gli archi non ricostruendoli ma arrestando il movimento della caduta di blocchi da un ulteriore muro in mattoni. Vedere questa caduta concettuale, bloccata nello spazio, è veramente emozionante. Giuseppe Valadier ha prolungato sul lato opposto il sistema degli archi dando a questo lato un ulteriore e solido elemento strutturale. Nella seconda muratura l’architetto di Piazza del Popolo ha eretto una parete che ricostruisce una continuità, quasi a far sì che questa sua struttura si confonde con le precedenti. Se non ci fossero stati Stern e Valadier vedremmo oggi essere erosa una nuova serie di arcate.

    Credo che voi tutti abbiate visto la serie dei magnifici disegni di Maarten van Heemskerck quando disegna il San Pietro di Michelangelo che sembra una rovina delle terme romane. In effetti le volte e le murature sono visivamente rovine storiche, e non certo un momento della costruzione. Noi siamo qui in questa enorme villa che alla sua concezione aggiunge anche il comprendere in che modo dovrà diventare una rovina. Solo poche volte c’è una capacità dell’architettura di stare nel tempo. Sono le piramidi egiziane, ma anche quelle, molto diverse, del centro dell’America erette dagli Inca, molte delle quali sono oggi riscoperte con nuovi mezzi nella vegetazione che le ha ricoperte.

    Un’altra catastrofe in atto è il cambiamento climatico. Esso produrrà trasformazioni complesse che non è possibile oggi prevedere in tutti le conseguenze che si avranno nelle città, nelle campagne, nelle aree montane. Io non sono nato a Roma ma vivo da sempre nella nostra capitale. Come architetto sono convinto che posso conoscerla solo parzialmente e in modo transitorio. Quando si pensa al futuro di una città non è possibile pensare a una sola modalità trasformativa ma è semplicemente possibile pensare a quattro o cinque eventualità evolutive. Tra queste ci sarà una sola che verrà scelta. A Parigi è stato elaborato un piano rivolto al 2050. Recentemente è stato studiato un nuovo sistema periferico che prevede un insieme di estese vegetazioni – boschi e prati – attentamente proposto da Stefano Boeri assieme a un gruppo di giovani architetti romani. Nessuno di noi sa che cosa avverrà tra vent’anni nella nostra capitale. Attorno alla città c’è l’agro romano, ancora oggi dopo secoli. In un bellissimo ritratto di Johann Wolfgang von Goethe dipinto da Johann Heinrich Wilhelm Tischbein, vediamo il grande poeta seduto su resti di colonne e trabeazioni con lo sfondo dei Colli Albani e del sepolcro di Cecilia Metella. Carlo Emilio Gadda scriveva di grigie solitudini del Lazio che oggi, pur con qualche modifica del paesaggio, appaiono ancora desolate.

    Un rapporto tra progetto e catastrofe è vissuto ancora da me come l’unico del gruppo di Vittorio Gregotti, Franco Amoroso, Hiromichi Matsui e Salvatore Bisogni. Vincemmo il progetto dello Zen (Zona di Espansione Nord) ma la sua costruzione fu modificata e il nostro gruppo non continuò il complesso lavoro che sarebbe stato necessario. Qualche anno fa sono tornato in quel quartiere per un’intervista su “La Repubblica” e ho constatato che il cemento armato era ormai in una crisi irreversibile. Sono convinto che, tra qualche anno, quel quartiere così malandato e trasformato in ogni possibile modo sarà abbandonato. Una vera catastrofe rimarrà per sempre sul terreno diventando una vuota maceria senza un significato.

    Passiamo ora ai progetti. Abbiamo alcune architetture per la città di Gibellina. Dopo il terremoto, il sindaco Ludovico Corrao decise di ricostruirla in un’area vicino alla autostrada da Palermo a Mazara del Vallo, poco distante da Salemi. Disegnata da Marcello Fabbri, Laura Thermes e io aggiungemmo, con altri architetti, nuove soluzioni che rendevano gli spazi più complessi. La chiesa di Ludovico Quaroni, con una sfera che sovrastava la chiesa dallo spazio quadrato, si vedeva anche da lontano, come un segnale nel cielo. Noi abbiamo progettato un sistema di cinque piazze, ma solo tre sono state realizzate. Due edifici, la Casa del Farmacista e la Casa Pirrello, costituivano due sperimentazioni della luce. In Sicilia essa è straordinaria. La luce come espressione dell’architettura in modo forte, imperioso, magnifica.

    L’architettura in Sicilia è greca, romana, araba, spagnola. È quindi un insieme di riferimenti linguistici che è interessante esprimere in un edificio. La Casa del Farmacista occupa un vuoto del tracciato di Marcello Fabbri, che una volta ospitata questa casa, ha costituito un luogo attorno a questa architettura, fino ad attirare a sé un forte nucleo costruttivo come la scultura abitabile di Pietro Consagra. La Casa Pirrello è un edificio abitativo per due famiglie. Una trave che sembra stia per cadere è proprio un riferimento a una catastrofe del segno.

    Vediamo ora Poggioreale, dove abbiamo costruito una chiesa per Sant’Antonio da Padova e la Fermata dell’Autobus. Anche la Cappella di Sant’Antonio da Padova è un aspetto del catastrofico. Un quadrato di otto metri di lato sostiene una copertura ottagonale. Il sagrato non è che una cappella interrotta, come un rudere. Abbiamo quindi due condizioni diverse ma contemporanee. Il finito si specchia in una rovina che nello stesso tempo è una costruzione interrotta.

    La Fermata dell’Autobus è un cubo molto piccolo che però ha una grande complessità spaziale. Si vede qui da una delle finestre interne. Il rivestimento in pietra viene fatto sfalsandolo, non è più ordinato dalle linee di confine delle facciate ma gira attorno al cubo con una sua logica, che non è quella della composizione che ci si aspetterebbe. Al suo interno c’è un ottagono. Questo piccolo edificio è attraversato lateralmente da un muro e da una fontana.

    Una delle architetture che mostriamo è un sistema di trentasette abitazioni in una zona periferica, Marianella, di Napoli. Un terremoto colpì soprattutto le aree esterne della città, dove le costruzioni erano da sempre precarie. Un importante architetto, docente della nostra Facoltà, Gianfranco Caniggia, dette una serie di indicazioni per la ricostruzione delle aree demolite. Laura Thermes e io proponemmo una nostra idea che partiva dal contorno dell’area che ci era stata data. Tale argine generava anche l’interno dello spazio nel quale abbiamo collocato un sistema ripetitivo, consistente in una scala centrale che consentiva di raggiungere quattro blocchi di appartamenti. Questo sistema trovava nel muro di contorno alcuni varchi che consentivano di raggiungere le scale e i cortili interni. Per finire c’è un intervento sulla piccola città di Poggioreale, ridotta a un rudere, con un minuscolo teatro semidistrutto, poche case e qualche piccola piazza. L’intervento che avevamo pensato era un cretto, costituito da un ammasso di mattoni e di pietre che erano i percorsi isolati della città. Sulle rovine, che erano disegnate con cura, doveva crescere l’erba. Alberto Burri ha realizzato un bel cretto sulla Gibellina distrutta, ma abbiamo sempre pensato al precedente geometrico del nostro monumento.

    Chiudendo questa riflessione credo che la città sia catastrofica così come lo è la società. Occorre quindi trovare il modo di limitare la catastrofe rovesciandola in un brano temporale non solo più contenuto ma anche creativo. La catastrofe diventa qualcosa sulla quale possiamo scambiare opinioni, immagini, progetti. Sono convinto che sia stata una buona idea quella dell’organizzazione di questo convegno, perché è un tema molto importante in quanto coinvolge non solo ciò che noi facciamo ma soprattutto ciò che noi siamo. Il concetto di catastrofe dovrebbe allora avere qualcosa di simile alla dimensione umana, rovesciando il suo contenuto in una costante rigenerazione della vita e del suo fine.

    Interventi nell’ambito del convegno “Progetto e Catastrofe”, 25-26 ottobre 2024, Villa Mondragone.