Quando si parla di visione e progettualità nicoliniana tendiamo inevitabilmente a concentrarci sul suo approccio da urbanista o sulla sua straordinaria concezione della politica culturale, dimenticando spesso quello che fu l’elemento in grado di fare da collante a questi aspetti: la sua profonda sensibilità artistica. Per quanto mi riguarda, ho invece sempre pensato che Nicolini sia stato fondamentalmente un artista cresciuto con una formazione da architetto e prestato successivamente alla politica. D’altronde, l’ossessione per la creatività e la meraviglia è un tratto distintivo di chi si occupa di arte e pratica artistica. Di fatto, Nicolini non aveva alcun problema nell’interagire con gli artisti perché ne condivideva il linguaggio, le esigenze e forse in qualche modo anche le aspirazioni. Bastava scambiarci un paio di battute per rendersi conto di trovarsi di fronte a un sorridente contenitore umano di idee e rimandi culturali senza pari.
Ho avuto la fortuna di formarmi, sia come cittadino che come artista, grazie a quel laboratorio di idee a cielo aperto che era la sua Estate Romana: un’esperienza profonda in grado di farmi capire immediatamente il valore dell’emozione come elemento essenziale della pedagogia pubblica. Un laboratorio nato grazie alla ricchezza di fermenti artistici che in quegli anni già pervadevano la città, perché – al di là della narrazione sciatta e superficiale – durante gli anni di piombo la gente viveva intensamente e riempiva con curiosità le “cantine”, i cineclub, i locali musicali. Nicolini ebbe il grande merito di dare la stura a quell’indistinto e spontaneo movimento di operatori culturali attivi in quegli anni a Roma, fornendo loro, attraverso la programmazione e la realizzazione dei progetti, la possibilità di interagire organicamente sia con gli spazi pubblici che con i cittadini.
Oggi, a poco più di dieci anni dalla sua scomparsa e a poco meno di quarant’anni dalla fine del suo storico Assessorato alla Cultura, l’eredità politica di Renato Nicolini continua a essere fonte vivissima di riflessioni e di fascino. Siamo dunque tutti un po’ nicoliniani in teoria, ma nella pratica non c’è mai stato un tempo meno nicoliniano di quello in cui viviamo oggi: un tempo in cui l’omologazione culturale è lo stigma che caratterizza ogni momento della nostra vita sociale; un tempo in cui l’intrattenimento viene scambiato per arte, quando l’Arte, al contrario, non è mai ciò che ti intrattiene ma è qualcosa che ti trattiene: una scossa vitale che ti scuote dentro.
Cosa è rimasto dunque dell’esperienza di Nicolini e del suo modello di politica culturale? E cosa di quella trasversalità che sapeva unire tutte le tipologie umane nella comunione di spettacolo popolare e ricerca; divertimento e avanguardia; tradizione e sperimentazione; rigenerazione di spazi urbani e visione culturale? Se ci pensiamo bene, dobbiamo ammettere che di quella sua visione è rimasto molto, moltissimo nella memoria di chi ha vissuto quel tempo, ma poco, pochissimo nella gestione pubblica delle idee e del patrimonio culturale delle nostre città.
Qualche esempio. Nel 1977, per la prima proiezione nella Basilica di Massenzio, Renato Nicolini trasformò formalmente quello spazio archeologico – definito da lui stesso “luogo d’élite, riservato ai colti e dunque ai pochi” – in un grande cineclub a cielo aperto, dove, per aggirare le norme, regolò gli ingressi degli spettatori con il rilascio di una tessera associativa. Quell’indimenticabile festa popolare che fu il Festival dei Poeti di Castelporziano oggi sarebbe impossibile anche solo pensarla, per le vigenti normative sulla sicurezza. Si potrebbero citare molti altri esempi di eventi di quegli anni (Il Festival Barocco, la Festa dei Quattro Elementi del Primo Maggio a Piazza del Popolo, il Primo Censimento Teatrale Romano a Villa Borghese, il Parco Centrale distribuito su più luoghi, Ballo non solo a Villa Ada, la riqualificazione del Mattatoio, la riapertura di Villa Torlonia) per dimostrare quanto quel particolare e coerente percorso di ricchezza di contenuti e di bellezza che accompagnò i nove anni dell’assessorato di Nicolini non fu di fatto mai proseguito o esplorato da altri.
Oggi quel modello virtuoso di politica culturale, rappresentato da un patto stretto tra amministrazione, artisti e cittadinanza, è venuto meno sia nelle buone pratiche sia nella funzione sociale e nella visione d’insieme. Una relazione che l’Amministrazione Pubblica non riesce più palesemente a gestire, per la manifesta assenza di un percorso condiviso con la comunità artistica di questa città: l’anello debole di un contratto sociale in cui l’artista non è più propulsore di immaginazione e creatività per la collettività, ma – nel migliore dei casi – solo un elemento umano relegato al ruolo di partecipante a bandi culturali, frutto della ripetizione pedissequa di modelli standardizzati.
Per questo bisognerebbe avere il coraggio di ridiscutere i criteri di valutazione dei bandi, relegati a tristi tabelle a punti che mortificano il valore culturale e sociale di un progetto. Oggi lo stesso ruolo dell’Assessore alla Cultura è stato fortemente ridimensionato e ampie aree della sua sfera operativa sono state demandate a società partecipate, fondazioni e istituzioni che gestiscono dall’alto buona parte della programmazione artistica e culturale cittadina. Dal suo canto, Renato Nicolini riceveva gli artisti nel proprio ufficio al Campidoglio, e i progetti nascevano insieme, senza alcuna altra forma di intermediazione tra amministrazione e operatori culturali.
La politica culturale deve tornare a generare conoscenza e idee, uscendo dalle logiche di questo tempo, dove sembra non poter esserci più alcuno spazio per l’immaginazione se non all’interno di modelli precostituiti, in cui la presenza incombente di legacci burocratici e normativi scoraggia ogni iniziativa culturale spontanea. Nicolini, attraverso la centralità della cultura e del divertimento attivo, riportò i cittadini nelle piazze, nei luoghi storici, nei teatri e nei cinema, in un momento storico in cui molti preferivano restare rintanati in casa. Una volta usciti, però, furono tutti indistintamente sopraffatti dallo stupore. Se oggi, più che celebrare, vogliamo finalmente onorare la figura di Renato Nicolini, proviamo a immaginare la cultura fuori dagli steccati formali e asettici in cui l’abbiamo costretta. Proviamo a far emergere e liberare le energie nascoste, geniali e provvidenziali di questa città. Ma non intratteniamoci, per favore. Proviamo invece a divertirci seriamente.