Autore: Massimo Campi

  • Dipinti urbani

    Massimo Campi, Viale Europa, 120×180 cm
    Massimo Campi, Biblioteca Centrale, 40×25 cm
    Massimo Campi, Via Manin, 30×30 cm
    Massimo Campi, Livello, 100×150 cm
    Massimo Campi, Bar del mercato, 30×50 cm

    Orizzontale, Ruggero Savinio per Massimo Campi

    Per andare da Massimo m’inoltro in un percorso ctonio orizzontale. Dalla mia postazione vaticana tocco l’estremità della rotaia che congiunge i quartieri, e quindi, nella città dove viviamo entrambi – o meglio: secondo destimoniano le forme che accompagnano i cataloghi, viviamo e lavoriamo – mescolo i tempi storici, abolisco addirittura il tempo e lo sostituisco con lo spazio. Una spazialità orizzontale, distesa a nastro, dilatata fino a raggiungere i luoghi riservati un tempo allo sfondo, indicati senza altri attributi, con il nome campagna.

    Quando esco dall’oscuro grembo che mi ha portato, qualche pietra imbricata una nell’altra dice che proprio questa è la campagna delle antiche elegie. Adesso il nastro le risparmia, gli gira intorno e riprende la corsa orizzontale.
    Contiamo anche noi nella vettura di Massimo che mi ha raccolto e avanza nel paesaggio centrifugo, interrotto qua e là dai segni di un’occupazione dello spazio priva d’enfasi, di peso e d’ogni sorta di esemplarità monumentale.
    La luce solamente trattiene il ricordo del luogo fatale disposto strato su strato lungo la verticale di un asse secolare e cosmico addirittura.

    Nello studio persiste e cresce il senso d’avventura, di cammino, anzi di corsa o di fuga. La strada si dipana e s’impanna nella luce dei cavalcavia, o affonda nell’ombra dei trafori. Il nastro del paesaggio scorre. Gli scorsi personaggi incastonati in questo spazio mobile non hanno altra funzione che quella di segnare il ritmo di una corsa. Non m’ingannino sull’accelerazione ritmica.

    Infatti, proprio l’autore m’invita a notare la voluta costanza di un rapporto fra la base e l’altezza, anzi la scelta di mantenere immutata l’altezza dei suoi dipinti. Un fregio, o meglio un nastro, una predella. Il pensiero va alle predelle quattrocentesche per un’altezza di piani, di misure, di colori. Ma una predella priva di ogni pala. Le forme che filano lungo lo spazio, anzi gli spazi, non si ragomitolano in nessun centro né s’innalzano verso alcuna altezza, espongono un naturale rifiuto della norma.

    Lasciato lo studio, riprendiamo la corsa all’incontro. Nel frattempo, il precoce crepuscolo invernale ha acceso il cielo e gli edifici di una soavità trasfigurata. Affretto lo spazio che varchiamo di corsa allo spazio irrequieto dei dipinti di Massimo. In entrambi, con naturalezza priva di ogni enfasi, si manifesta e si espone la bellezza del mondo.

    Roma, 12 gennaio 2000

    Citazioni

    Nei quadri di Campi è avvertibile la traccia di una densa elaborazione culturale: dai chiaristi a Morandi, alla grande pittura americana della realtà.
    Carlo Fabrizio Carli

    Campi dipinge strade, palazzi, le vedute della Roma che più conosce e le trasfigura in ombre che, se mai l’ombra scura, quella vera, ne proietta ancora, sono luminose…
    Marco Di Capua

    Non si può dipingere il paesaggio di Roma senza aver assorbito la luce di Mafai e di Scipione. E la luce, nei quadri di Massimo Campi, è l’elemento fondante, quello che marchia ogni tela con un segno indelebile.
    Alessandro Riva

    Campi dipinge quello che vede… I suoi paesaggi non sono fotografie ma il risultato di forme dipinte… Le sue visioni di periferie solitarie arrivano al nostro sentimento per gli equilibri cromatici che le compongono.
    Duccio Trombadori