“Holz è un’antica parola per dire bosco. Nel bosco ci sono sentieri che, sovente ricoperti di erbe, si interrompono improvvisamente nel fitto. Si chiamano Holzwege. Ognuno di essi procede per suo conto, ma nel medesimo bosco. L’uno sembra sovente l’altro: ma sembra soltanto. Legnaioli e guardaboschi li conoscono bene. Essi sanno che cosa significa trovarsi su un sentiero che, interrompendosi, svia“. (Heidegger, 1968)
Premessa: sentieri, non opere
Ricorrendo a un dispositivo prossimo alla riduzione fenomenologica, si proverà a sintetizzare qualche considerazione sulle principali, odierne linee di ricerca praticate nel campo disciplinare dello studio della forma e del progetto urbano, con particolare riguardo all’indirizzo teorico professato dalla Scuola di Architettura Italiana, proposto in una cornice interpretativo-metodologica volta a indagare i fenomeni odierni in cui si manifestano, in maniera affatto latente, i postulati critici insorti a partire dalla tarda modernità.
Le dissertazioni sul significato di morfologia urbana che compaiono in letteratura mettono in risalto un articolato insieme di visioni, tutte incardinate nei vasti “sentieri” di un pensiero strutturato, costruito su un’evidenza concepita sempre in chiave conoscitivo-speculativa. Segno distintivo che tuttavia non cela la perplessità che si possa fondatamente pensare a uno statuto di senso comune, in grado di permeare trasversalmente ogni posizione dialettica al fine di riconoscervi una epistemologia della morfologia urbana. Episteme, che pur accettando una forma di complementarietà dei saperi non presuppone, nel nostro caso, il senso di un’autentica conoscenza “scientifica” della forma urbana, se non andando incontro – almeno in potenza – a due inevitabili rischi:
- l’opinione dell’esistenza di un metodo critico in grado di conquistare un sapere logico-razionale incontestabile, convenientemente impiegato nella prospettiva di lancio di un’ipotesi di trasformazione basata sul presupposto cono-coscienziale di una verità oggettiva dell’esistente;
- la certezza che la forma urbana possa rientrare nella possibilità di offrirsi come entità ontico-ontologica che manifesta il suo essere ‘ente’ in tutte le sue molteplici condizioni e, di conseguenza, possa rientrare nel dominio dei saperi del soggetto operante.
Preliminarmente, si deve assumere il principio che qualsiasi traiettoria di metodo o di sistema speculativo proposto in questa direzione è sempre da considerarsi teoreticamente imperfetta dato che l’ambito di osservazione, esteso all’intero spazio urbano, riassume in sé una indeterminata gamma di componenti (antropiche, topologiche, tipo-morfologiche, sociali, etiche, estetico-figurative, economiche …) non conoscibili mai integralmente, al punto da lasciare immaginare un ordine sistematico universalmente valido su tutti i piani del giudizio intersoggettivo (analitico-percettivo/pratico-propositivo).
Pur ammettendo tali confini di conoscenza, si è consapevoli che il concetto di forma urbana, strettamente correlato alla cultura che pensa e ne produce la materialità, o ne modifica la prerogativa del suo essente per mezzo della propria decodificazione, trova proprio nelle ricerche prodotte in Italia da alcuni decenni una potente alternativa alla negligente deriva puro-visibilistica, nondimeno statistico-economica, generalizzata nei procedimenti proposti in diversi Paesi in cui si tende a riconoscere aspetti altri, quali epifenomeni che partecipano in modo complementare all’indagine sul mondo costruito.
Un “movimento del pensiero” propositivo che agisce con varie sfumature di metodo tese ad accertare l’adeguatezza del proprio statuto disciplinare (quello della progettazione architettonica e urbana) nella comprensione delle vocazioni espresse dalla città, nel senso della potenzialità alle trasformazioni attese e congruenti in rapporto alle diversità strutturali, temporali, tipo-morfologiche. Struttura dialettica di orientamenti critici che viene offerta come risposta possibile, nella quale – tuttavia – l’unilateralità/la limitatezza giunge a esprimersi come ciò che essa è e rappresenta, ma allo stesso tempo anche come la sua antitesi. Riconoscendo, quindi, la dimensione di un qualcosa che muove verso idee che possono tendere a costruire un ordine possibile che si dà sempre nella sua condizione di reciproca funzionalità, come integrazione di un pensiero che va alla ricerca della “verità”. Ciò, perché i confini di ciascun “movimento” sono definiti entro un cono d’ombra di valutazioni che li rende passibili di essere considerati appartenenti a un limes che unisce, ma al tempo stesso è in contraddizione con le differenti possibilità di ricerca.
Significazione del concetto di morfologia urbana
Questa premessa apre ad alcuni interrogativi: è lecito immaginare una teoria, in particolar modo del contemporaneo formarsi della città (e del tessuto), che possa dirsi un fatto? Come interpretarla nel progetto urbano giungendo a comprendere quali fenomeni interferiscono con le scelte che condizionano l’attività critico-creativa[1] individuale?
Partendo dalla convinzione che non si può supporre l’integrale insondabilità della sua significazione, va però evidenziato che le attese della città odierna muovono su ambiti evolutivi anche di drastico rovesciamento concettuale che necessitano di una parallela condizione di studio dei fenomeni, non sempre riconducibili a processi conoscibili e comparabili a dinamiche consolidate. Gli strumenti di analisi noti impiegati nelle teorie di Scuola italiana, a esempio, risultano solo parzialmente adeguati a comprendere le meccaniche su cui si muove la struttura, a volte troppo composita, della città odierna.
Si pensi ai dispositivi metodologici utilizzati per setacciare la fenomenica di natura spontanea che ha definito il carattere della città premoderna, i quali solo incidentalmente si possono adottare nella contemporaneità, connotata e incardinata così com’è, sempre più manifestamente, nel dominio di logiche governate da altri fenomeni concorrenti, cui non è estranea la componente della tecnica riguardata nella sua più generale accezione[2]. Basti pensare a ciò che rappresenta il suo desiderio di potenza che vive nelle opere di alcuni personaggi del cosiddetto Star System (non di rado tradotta nella componente tecnicistica della sostenibilità), in cui affiora nella forma di un occulto narcisismo coscienziale, solo alla lontana storico-effettuale, essendo imperniata nella sola transizione di un presente che vive nella limitazione di un pensiero “debole”. Il quale provoca un’immagine eccentrica del mondo e porta a gettare uno sguardo strabico, appunto, verso un immaginifico futuro incoraggiato – quasi costantemente – dall’espediente tecnico.
E dunque, se della città premoderna si ha un’idea (cautamente) convincente del suo strutturarsi, anche grazie a una conveniente distanza storica che libera le coscienze agenti con sufficiente distacco critico, quando ci si imbatte nello spazio in divenire della periferia in formazione, nel periurbano in rapporto al territorio, allo spazio di natura, le variabili critiche risultano essere più amplificate, molteplici e forse ancora non dominabili perché manca la consapevolezza di alcuni “segni”, come di tante apparenze[3].
Molte delle quali si possono riassumere nel concetto di surmodernità, come proposto da Marc Augè (Augé, 2010), significante l’annuncio di un tempo presente incentrato in una forma di eccesso e di sovrabbondanza di spazio, di tempo e di ego che va inquadrato oltretutto nella incisiva “foucaultiana” (Foucault, 2006) condizione eterotopica, pervasiva della realtà e immanente in quasi tutte le società.
Lo spazio contemporaneo si scopre allora come un’entità proteiforme in cui le relazioni tra gli enti in gioco definiscono collocazioni irriducibili e spesso non sovrapponibili.
A differenza dei luoghi della città del passato, i sistemi odierni – afferma Foucault – hanno la caratteristica di essere uguali agli altri luoghi coi quali entrano in relazione, “in una modalità che consente di sospendere l’insieme dei rapporti che sono da essi stessi delineati”, e allo stesso tempo di contraddirli.
La complessità di queste condizioni spaziali/sociali tipiche del nostro tempo porta lo studioso francese a precisare ulteriormente il concetto coniando un’altra categoria, quella di utopie determinanti uno spazio in cui è assente un luogo concreto e tangibile in grado di dialogare con lo spazio reale della società in un rapporto di analogia diretta o rovesciata. Proiezione ideale, appunto, che tuttora coincide con quegli ambiti spaziali dalla “morfologia assente” o inafferrabile, oltretutto dissonante dalle stesse eterotopie che evocano l’archetipo di un’idea di spazio costituito da luoghi al di fuori di ogni luogo e mostrano sé stessi come luoghi reali che esistono non in forma assoluta ma solo in relazione a un altro spazio. Da qui il suo suggerimento a pensare una nuova scienza che chiama eterotopologia in grado di studiare le nuove, infuturate gamme spaziali.
Questa condizione critica vive in molte realtà urbane recenti in cui la ricerca di un mistificato presupposto di progresso è ostinatamente intesa come rottura, come interruzione di un tempo che non stabilisce connessioni con l’esistente e immagina il futuro come sperimentazione di un “nuovo”, incondizionato ed esclusivo paradigma spaziale.
Caso enigmatico e controverso è rappresentato dalla trovata mediatica di nuove realtà urbane (v. Masdar city) rivelatrici di una falsa modernità denotativa di una mescolanza di linguaggi dis-identificanti una identità autentica, in cui l’immanenza dei tratti culturali sembra non essere più un valore da custodire.
A lato di quanto detto, si consideri che la combinazione dei richiamati principi determina nel reale urbano effetti debolmente intelligibili che obbligano a dotarsi di dispositivi interpretativi aggiornati in grado, anzitutto, di de-costruire le implicate questioni che – alla vista sospesa nel presente – appaiono frammentarie, per giungere a ricomporle in una nuova unità fondata su una legge inesplorata presupposta in forma di sistema.
Ma quali sono i dispositivi con cui tentare di comprendere la fenomenica odierna?
Non c’è alcun dubbio che l’interesse a decifrare le complesse rivelazioni dell’esserci nel rapporto col “mondo nuovo” richieda una “nuova teoria” in cui far coesistere l’apparato interpretativo molteplice degli studi urbani, largamente sperimentato finora, e qualcosa d’altro proveniente dai campi di interesse che incedono verso il nucleo comune dell’interpretazione delle manifestazioni antropiche. Una società che appare sempre più composita e multietnica postula una speciale tensione proprio verso la ricerca di componenti integrate che possano – pur parzialmente – spiegarne gli effetti.
Si evidenzia, quindi, con sempre maggiore autenticità nella nostra disciplina l’interesse a significare il concetto di “spazio sociale” (praticato utilmente con diversi propositi anche da G. De Carlo e da G. Caniggia in relazione alle diversità tipologiche) volto a strutturare l’idea sintetica del progetto di tessuto già nei momenti iniziali.
In questo contesto di ragionamento risultano esemplificative le considerazioni di H. Lefebvre quando avverte che lo spazio sociale non va considerato come una “cosa tra le altre cose” perché esso “avvolge le cose prodotte e comprende le loro relazioni nella loro coesistenza e simultaneità”.
Quando pensiamo allo spazio urbano in rapporto alle società che l’hanno prodotto e si prova a riconoscerne la forma generata (specchio di queste, sia nel caso di un atto intenzionale-critico, sia che possa riguardarsi come risultato dell’apporto collettivo nel progressivo suo mutare nel tempo), nel caso della pre-modernità la rappresentazione dello stesso giunge a dominare il cosiddetto spazio della rappresentazione (v. Lefebvre).
Ne consegue che lo spazio urbano, ancor prima che diventi tale materializzandosi nel reale, si deve immaginarlo – fondatamente – come capacità epistemologica che discende dalla totale conoscenza che si ha di esso come pre-figurazione mentale, annunciandosi come sintesi a priori cono-coscienziale in cui si condensano i codici economico-sociali-culturali propri delle civiltà che lo esprimono, inverato nell’apporto corale di chi agisce al suo compimento. E come tale, non dichiarante una perentoria immutabilità giacché dipendente dai “modelli” concettuali (piazze, luoghi specializzati, poli urbani, percorsi, edifici abitativi e speciali, ecc.) che si stabilizzano nel tempo. E dunque, pensiero e progetto dello spazio si inseguono in una circolarità in cui si perfeziona la consapevolezza che il pensato è già lanciato in uno spazio possibile, “chomskyanamente” leggibile come coincidenza tra “lo spazio dei luoghi pensati e quello dei luoghi parlati” (Chomsky, 1986).
Se si analizza lo spazio contemporaneo, invece, non potendo postulare – se non in forma critica – un diretto legame tra pensato collettivo e progetto, essendo questo proposto spesso in forma autoriale, la componente di astrazione (anche metafisica) trova una propria garanzia di verità, in molti casi coincidente con un dichiarato interesse a non ricercare una struttura possibile tra gli organismi e gli enti che vi partecipano, ma di inseguire lo scenario speculativo dei “segni”, ostentando indifferenza verso i principi coagulati nel divenire della forma urbana. Segni teorici che sottintendono un operato che persegue una sovra-significazione di non semplice percezione nel concreto proprio della sua significazione, in rapporto al senso che la cultura stessa esprime. Ideale astratto che trova, se non latamente, un rapporto con il percepito dal momento che esso precede la stessa idea collettiva di spazio e ricorre contraddittoriamente il “non senso” a inseguire differenti paradigmi.
La dissoluzione dei rapporti “strutturali” genera, inoltre, altre forme di relazione, ora episodicamente limitate a pochi enti che entrano in connessione diretta – vedi in particolare gli organismi architettonici che danno vita a una nuova forma urbana sempre più disorganica e ridotta a pochi ed eterogenei lacerti denotanti una realtà dissimulata -, i quali vanno a designare il cosiddetto “spazio differenziale”. Conseguenza naturale è la cognizione di un vissuto dominato da una condizione di crisi, paradigmatica di una inusitata dis-identificazione causata proprio dall’aumento incontrollato di differenti identità rese tali dal propagarsi di individualità interpretative del reale che porta al controsenso dell’annullamento di un senso comune. Da cui segue l’interesse a immaginare luoghi in grado di rispondere proprio alle diversità, che alludono a un’estetica del reale mistificata dall’idea del “nuovo” assoluto, in cui la vita dell’essere sembra proiettata in un apparente tempo presente connotato da un salvifico paradigma dell’inatteso.
Come giungere allora a una scienza urbana che possa contribuire a risolvere i molteplici enigmi che vivono nella città contemporanea? E come recuperare quel vasto patrimonio di riverberi metodologici di cui la Scuola italiana è portatrice?


Riflessioni conclusive e prospettive
A questo punto del discorso occorre approssimarsi a una sintesi, tuttavia consapevoli che non si può presumere la conquista di un punto d’arrivo che definisca il dispiegamento di un “vero” in grado di risolvere tali criticità, ma di avere fiducia che si possa ampliare la gamma degli argomenti di riflessione come premessa necessaria a un nuovo sentiero di ricerca.
Preliminarmente, è ragionevole sottolineare che le considerazioni esposte finora sembrano in parte evidenziare il senso di una condizione che disvela il presente come transizione, rappresentativa di un “rito di passaggio” come osserva van Gennep (van Gennep, 2012), caratteristico di una postmodernità che ha faticato a sedimentare gli enormi valori di cui è stato portatore il moderno. E come tutti i cambiamenti epocali, anche quello attuale pare riprodurre il presupposto di una profonda e necessaria crisi rivelatrice di un momento incerto, anche nei tempi della sua risoluzione, che G.B. Vico considera costitutiva del mondo storico.
Difficile congiuntura che porta a considerare lo studio della morfologia urbana come disciplina che non può rinunciare a penetrare i postulati critici della fenomenica odierna e deve tornare a proporsi come il centro di una nuova riflessione disciplinare, proiettata in una dimensione rinnovata tesa a intercettare originali traiettorie di ricerca.
Percorrendo i diversi metodi proposti nelle Scuole di Architettura italiane, si possono cogliere varie sfumature di pensiero che provano ad afferrare/suggerire “cammini” entro cui muoversi per risolvere le difficili congiunture interpretative incontrate nel progetto della morfologia urbana. Dato comune, direi non certo sorprendente per chi pratica lo studio e il progetto, è il richiamo ad alcuni casi paradigmatici proposti come “modelli” alternativi alla costante deriva disorganica.
A parere di chi scrive, nello scorcio critico delle questioni trattate, meno decisiva sembra essere la posizione di alcune scuole di pensiero che esaltano il valore assolutizzato del “segno”, presentato con integrale disincanto verso gli ideali di durata/continuità/permanenza in essere alla città e indifferente verso quei valori collettivi sedimentati nella cultura del luogo.
Anche le ipotesi, a volte solo prefigurate in pure idee, formulate da figure emergenti come S. Holl, non trovano invece spazio di sperimentazione nelle aspettative di Scuola italiana, anche per il disinteresse a stabilire un rapporto con l’esistente; similmente a quanto propone lo stesso R. Koolhaas (Koolhaas, 2006) che ne esecra la sua evidenza costitutiva con la celebre espressione di riprovazione sul contesto, con riferimento al progetto delle grandi strutture come i grattacieli, gli aeroporti, i centri commerciali – organismi che considera città in sé – in cui trova spazialità diverse rispetto dalla concezione classica della città.
Idea-cogito che comunica l’interno valore inseguito dalla cultura italiana nel proporre un quartiere compiuto in cui le relazioni gerarchiche e i nessi strutturali tra le parti risultano essere di estrema chiarezza.
Con particolare riferimento alle ricerche in questo campo, compare l’interesse a esporre nel progetto una sintesi figurativa per giungere a rappresentare ambiti spaziali e caratteri propri, non coincidenti solo con le emergenze monumentali. Le quali, se presenti, come i casi palladiani a Venezia, possono elevarsi a “luoghi-spazio” che originano una nuova figuratività urbana. Riverberi di pensiero che rimandano, pur non direttamente, alla letteratura nota e in particolare all’analisi di K. Lynch (Lynch, 1960) sul concetto di immaginabilità, implicito in quello di figuratività, che parte dall’identificazione degli attributi di identità e struttura per descrivere ciò che presiede “la qualità di un oggetto fisico di conferire un’elevata probabilità di evocare una forte immagine in qualsiasi osservatore”.
Sollecitazione ulteriore che apre un focus specifico sul tema del riconoscimento della città, come della sua struttura fisica, è quello del rapporto con la forma della terra che si coniuga al bisogno di non tralasciare, e dunque indagare, il sistema di riferimento, insieme topografico, religioso, politico e geografico. Le forme della geografia, attese nel progetto, ricorrono in casi emblematici come quello della città arcipelago di Muratori per le Barene di San Giuliano a Venezia o della Magliana dove il legame con la topografia e con la storia-struttura del luogo è essenziale e giunge a esprimere un timbro di piena riconoscibilità nella soluzione critica proposta dal maestro modenese.
Non è dunque un caso che si avverta l’esigenza di tornare al senso misurato di una necessaria nuova ricerca morfo-tipologica che agisca in modo adeguato (nel caso della città esistente), intercettando un varco possibile per declamare il superamento dell’inesorabile impasse, da ricercarsi anche in quella gregottiana “architettura della modificazione” che la città attende oggi, traghettando il “progetto sul piano di un realismo dell’occasione, dell’incompiuto, della ricucitura”. Da qui l’esigenza di stabilire un fondamento conoscitivo che possa concorrere a conquistare quei traguardi di verità interni alla complessa condizione urbana, come apertura verso l’infuturarsi della città nel senso di un potenziale ‘nuovo cominciamento’ dell’esistente. Struttura interpretativo-operativa da considerarsi quale dispositivo ideale (senza dubbio parziale) che cerca una condizione di adeguazione massima del proprio operato in rapporto ai vincoli incontrati. In quest’ottica, il progetto urbano si colloca in un solco di sperimentazione antitetico all’idea di sospensione del processo o al presupposto intenzionale della pura ricerca della “dissonanza”, ma non è in contraddizione con l’ipotesi di discontinuità essendo questa, in ogni momento in cui l’intervento attesta l’agire nel proprio tempo o si unisce a un esistente, una condizione direi logica e inevitabile.
Al termine di queste brevi note di chiusura, verificata l’evidenza di una condizione di incertezza critica verso un orizzonte possibile, il quale appare senza dubbio indeterminato proprio a causa del radicale rovesciamento dei principi, penso che la ricerca di un metodo basato sulla ricostruzione dei “processi” in atto nella città, finalizzato a leggere/interpretare il divenire degli enti urbani coniugando prassi analitico-dialettica e tecnica sintetico-deduttiva, quale presupposto necessario a riscoprire una tensione incentrata sul rapporto speculativo che renda “coese e coerenti” la teoria e il progetto, possa concorrere a delineare un cammino strutturato teso a perlustrare con consapevole interesse traiettorie di studio possibili e durevoli. Perciò contrarie – si spera – a quei “sentieri interrotti che si perdono nel “bosco” delle questioni problematiche della contemporaneità.
L’articolo, qui proposto in stralcio, è stato pubblicato nella rivista: U+D Urbanform and Design N. 15/2021, LARICERCA DI MORFOLOGIA URBANA IN ITALIA. 1 Ripensare la morfologia urbana Tradizioni e nuove scuole, «L’ERMA» di BRETSCHNEIDER, https://www.urbanform.it/archivio-archive/u-d-2021-viii-n-15/.
Bibliografia essenziale
Augé M. (2010), Nonluoghi, Elèuthera, Milano.
Caniggia G., Maffei G.L. (1984), Il progetto nell’edilizia di base, Marsilio Editore, Venezia.
Chomsky N. (1986), Knowledge of Language, Praeger, New York.
Foucault M. (1966), Utopie. Eterotopie, trad. Antonella Moscati Cronopio, Napoli.
Galimberti U. (2016), Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica, Feltrinelli, Milano.
Gregotti V. (2006), L’architettura nell’epoca dell’incessante, Editori Laterza GLF, Bari.
Heidegger M. (1968), Sentieri interrotti, La Nuova Italia, Firenze.
Ieva M. (2018), Architettura come lingua. Processo e progetto, FrancoAngeli Editore, Milano.
Koolhaas R. (2006), Bigness or the problem of Large, Small, Medium, Large, Extra-Large. Monacelli Press, New York.
Lefebvre H. (1978), La produzione dello spazio, Moizzi Editore, Milano.
Lynch K. (1960), The Image of the City, MIT Press, Cambridge Massachusetts.
Purini F. (2000), Comporre l’architettura, Editori Laterza, Bari.
Ridolfi M. (1960), Amara confessione, in “La casa” n. 6.
Strappa G. (a cura di) (2012), Studi sulla periferia est di Roma, FrancoAngeli Editore, Milano.
van Gennep A. (2012), I riti di passaggio (1909), Torino, Bollati Boringhieri.
Vattimo G. (1971), Introduzione ad Heidegger, Laterza, Bari.
Whewell W. (1967), The philosophy of the inductive sciences, founded upon their history, Johnson Reprint, New York.
Note
[1] Creatività è un termine abusato nel campo dell’architettura e provoca sempre posizioni contrastanti che spaziano tra il pensiero greco in cui il poietès è da riferirsi a colui che fa e il pensare la diversità tout court. Così V. Gregotti (Gregotti, 2006, 37): “… Per vincere allora bisogna stupire, essere diversi a ogni costo, anche se tante cose diverse producono solo il rumore indistinto dell’uniformità: oppure rappresentare per immagini il mondo in modo ottimisticamente virtuale”.
[2] La tecnica è ormai pervasiva nella prassi dell’agire dell’uomo nel nostro tempo e si dà su diversi fronti dell’operato critico. Galimberti, parafrasando Heidegger, afferma che la “tecnica è diventata l’ambiente in cui l’uomo vive, e l’uomo stesso è diventato un funzionario della tecnica” (Galimberti, 2016)
[3] Ridolfi (Ridolfi, 1960, 225) riscontrando l’incapacità dell’architetto di gestire il progetto nell’ambito periferico, come nella città consolidata, nel 1960 scrive: “Amici miei, noi balbettiamo, perché in periferia siamo diventati dei cafoni […] ma entrando dentro la cinta muraria, dovevamo metterci al passo col nostro linguaggio, che purtroppo avevamo perduto.”