Autore: Pino Pasquali

  • Gocce di sana contemporaneità

    Gocce di sana contemporaneità

    Per decenni abbiamo cercato e rincorso il Paradiso nelle città che crescevano e prosperavano e ci sembravano creassero felicità e benessere, ma è veramente questo il Paradiso o quei territori che abbiamo abbandonato e continuiamo ad abbandonare perché non vi troviamo tante luci?
    Per molti giovani è vero ancora oggi: il Paradiso sono le grandi città come New York, Londra, ecc., le città del progresso che sono diventate il modello del nostro futuro globalizzato. Un modello che si è affermato nel mondo attraverso i suoi elementi principali, i grattacieli, edifici di una tale densità residenziale a cui noi non ci vogliamo abituare.

    Atelier Appennini

    Perché nasce Atelier Appennini?

    Nel 2006, alla Biennale di Architettura di Venezia dal titolo Città. Architettura e società, diretta in quell’anno da Richard Burdett, professore alla London School of Economics di Londra, è stato preso in esame il problema delle grandi metropoli e del loro sviluppo urbano.
    Prendendo coscienza delle criticità riguardanti il futuro delle città, ho provato un malessere fisico e psicologico nel vedere, attraverso studi demografici e proiezioni varie, che nel mondo la tendenza era quella della concentrazione della maggior parte della popolazione mondiale in aree urbane che arriveranno, nel 2050-2060, a 50 milioni di abitanti.
    Ed è questo che sta accadendo oggi in Cina e non solo, dove la forzatura politica ed economica ha deciso di concentrare grandi masse di persone in poche megalopoli. Ma come si può vivere in città di tali dimensioni?
    Questo è il modo di vivere? Queste sono case? Un filosofo francese definiva queste tipologie non case, ma alloggi, con il carattere di abitazioni “temporanee”. Città cresciute come giustapposizione di edifici senza un disegno, nate da una semplice estrusione del terreno, al fine di ottenere il massimo sfruttamento possibile.

    Cesare Cesariano, “Aspectus Italiae”, 1521

    Ed è dunque questo il Paradiso?

    Forse lo è stato, ma adesso è giunto il momento di fuggire. Ripensando a tutto questo da un piccolo borgo immerso nel verde della Toscana, mi sono interrogato più volte sul perché si debba essere costretti a vivere in quelle condizioni di degrado sociale, quando anche nel luogo in cui mi trovavo vi erano possibilità di fare economia, e sul perché costruiamo le città senza più pensare alla dimensione umana, alla qualità della vita e al tipo di relazioni che si innescano in contesti urbani ad alta densità edilizia.

    Chi è il nostro vero nemico? È Edoardo Nottola, il personaggio protagonista de Le mani sulla città di Francesco Rosi, lo “speculatore” per antonomasia. Da quegli anni Sessanta a oggi la logica della speculazione ha inciso profondamente sull’aspetto e sulla struttura delle città. Le persone, gli abitanti, sono ammassate dentro alveari in cui non si tiene conto delle problematiche relazionali e delle conseguenti ricadute sociali.
    Ma tutto questo ha radici nella storia dell’architettura del secolo scorso, nelle visioni urbanistiche di Hilberseimer, nelle teorie di crescita urbana di Le Corbusier, nei progetti di architetti e urbanisti che disegnavano le città per milioni di abitanti, proponendo progetti che oggi abbiamo realizzato, che hanno realizzato non solo i cosiddetti “palazzinari”, ma anche lo Stato, realtà in cui la logica è il massimo sfruttamento del terreno a disposizione.
    Progetti in cui si è persa l’attenzione alla relazione tra le persone, agli spazi che la favoriscono, che finiscono per diventare quartieri dormitorio in mezzo al nulla, come il Corviale, un chilometro di case in cui il vero problema è il suo contesto. A Vienna il Karl-Marx-Hof, insediamento degli anni Trenta, ha le stesse dimensioni del Corviale, ma è collocato all’interno della città e, grazie all’articolazione degli elementi che lo compongono (giardini, servizi), non ti accorgi della sua dimensione imponente.
    Le Vele di Scampia, il Corviale, Tor Bella Monaca… come fanno a non generare alienazione e delinquenza?
    Queste parti di città, queste periferie, non sono più recuperabili! Il rammendo delle periferie tentato da Renzo Piano insieme a un gruppo di giovani si è concretizzato in progetti inconsistenti, come i giardinetti con i copertoni colorati sotto i viadotti abbandonati.

    Un’altra grande idea, molto pubblicizzata dai giornali, è stata quella di consegnare le periferie agli street artist, pensando che il problema del disagio sociale si potesse risolvere intervenendo sulle facciate di palazzi che, tutto sommato, avevano una loro dignità.
    Da queste operazioni sono nate altre iniziative, tra cui quella di investire 500 milioni sul rammendo delle periferie, che, detta così, sembra la vera soluzione al “problema”.
    Ma quando si suddivide questa cifra per le centinaia di periferie sparse in tutta Italia, cosa rimane? Cinquecento giardinetti con i copertoni colorati che, oltre a essere ridicoli, sono del tutto insignificanti.

    Per fare un termine di paragone, non andando troppo lontano, in Francia, quando era sorto il problema delle banlieue a Parigi, il governo francese ha stanziato 5 miliardi di euro solo per Parigi.

    “La causa fondamentale dei problemi è che nel mondo moderno gli stupidi sono sicuri di sé mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi.”
    Bertrand Russell

    Valeria Penna, “Il camminamento”, Laboratorio Montalcino 2017
    Pino Pasquali, “La poesia del rudere”, Laboratorio Cittaducale 2023

    Dopo queste considerazioni sulla città e sul modo di vivere oggi, in maniera anche un po’ folle, facendo quello che definisco un “fuori pista”, abbiamo creato l’associazione Atelier Appennini, che, come il carro di Tespi, si sposta da un nucleo abitativo a un altro e cerca, attraverso laboratori con architetti di chiara fama e giovani professionisti, di portare in questi borghi “gocce di sana contemporaneità”, che possano incidere sul territorio, invitando ad avere un nuovo sguardo su questi luoghi.

    “La vera scoperta non consiste nel trovare nuovi territori ma nel vederli con nuovi occhi.”
    Marcel Proust

    In copertina: Beniamino Servino, L’Ephémère est éternel – Modigliana. La rocca meravigliosa, Laboratorio Modigliana, 2019.