The Brutalist, Cinema e Architettura

Per gli studiosi e appassionati di architettura, la stagione cinematografica 2024-2025 si è rivelata senza precedenti. Due film che hanno fatto molto discutere pubblico e critica, infatti, hanno al centro la figura dell’architetto e le sue idee. I due film in questione sono Megalopolis di Francis Ford Coppola e The Brutalist di Brady Corbet. Due pellicole importanti, con grandi star di Hollywood, presentate in due grandi manifestazioni cinematografiche, rispettivamente Cannes e Venezia. Sul primo si è già detto molto, soprattutto sulle difficoltà produttive che il regista del Padrino ha riscontrato nella sua realizzazione. Per quanto riguarda The Brutalist, invece, i media ne sono tornati a parlare dopo l’assegnazione dei Premi Oscar, che l’hanno visto aggiudicarsi l’ambito riconoscimento in tre categorie: Miglior attore ad Adrien Brody (sua seconda statuetta), Miglior fotografia a Lol Crawley e Miglior colonna sonora originale a Daniel Blumberg.

Nonostante la vittoria, però, il film del giovane regista-attore è sembrato sconfitto di fronte all’indipendente e meno grandioso Anora di Sean Baker. Ma se è vero che i premi non determinano la qualità effettiva di un’opera d’arte, è vero anche che questi danno una risonanza globale concedendone la visione a un pubblico vastissimo.

The Brutalist è un film complesso che parla d’architettura, un argomento che il cinema non ha sempre approfondito. Non sono molti i film che parlano direttamente di questa materia; piuttosto viene spesso relegata a un’appariscenza visiva, ma non si trova quasi mai al centro della narrazione. In questo caso sì, e lo fa in maniera mastodontica, visionaria e non banale. La scelta di indagare un’architettura di tipo brutalista ha un significato profondo che si rivela nel finale, quando — ricreando falsamente la prima Biennale d’Architettura del 1980 — la costruzione del geniale architetto László Toth diviene una metafora dei campi di concentramento nazisti. L’edificio, dunque, assurge a simbolo visivo e filosofico di un momento storico che ha mutato e compromesso la storia del Novecento.

Appare evidente come la scelta del regista rifletta la volontà di testimoniare un senso dell’architettura, donandole un significato, una testimonianza, un dramma o una rinascita. La sceneggiatura, scritta dallo stesso regista insieme alla moglie Mona Fastvold, è ricca di riferimenti storici e stilistici non comuni: si parla di Bauhaus e di oggetti di design chiaramente ispirati a quelli di Marcel Breuer e Ludwig Mies van der Rohe.

Per donare ulteriore particolarità visiva è stata adottata una pellicola 35 mm con un formato storico, usato l’ultima volta nel 1961 in I due volti della vendetta, diretto e interpretato da Marlon Brando. Questa scelta ha permesso di ottenere inquadrature di grande ampiezza, specie con l’utilizzo di obiettivi grandangolari, restituendo immagini che sembrano girate negli anni Cinquanta e che contengono la totalità degli edifici — pensiamo ai numerosi dettagli di Manhattan.

Il clamore che questa enorme opera cinematografica ha suscitato potrebbe aprire nuovi orizzonti architettonici nella settima arte. A dire il vero, la presenza di costruzioni architettoniche nei film, anche quelli più commerciali, è aumentata grazie al genere fantascientifico, che predispone nei propri canoni la grandezza e la novità.

Per quanto The Brutalist si riferisca al passato recente dell’architettura, pellicole come Dune di Denis Villeneuve o The Shrouds di David Cronenberg hanno creato visioni futuriste non di poco conto: pensiamo al pianeta Giedi Primo, roccaforte dei temibili Harkonnen nella storia tratta dal romanzo di Frank Herbert, o al cimitero voyeurista progettato da Vincent Cassel nell’ultima pellicola del regista di Crash.

Si prospetta quindi un futuro rigoglioso per l’architettura sul grande schermo.

Ma quali sono stati i film e i registi che, prima di tutti, hanno sottolineato l’importanza della costruzione nel cinema? Non si può non partire da La fonte meravigliosa di King Vidor, tratto dal romanzo di Ayn Rand e con protagonisti Gary Cooper e Patricia Neal, che ha influenzato un’intera generazione — basti pensare a Peter Greenaway. Appare chiaro come anche Francis Ford Coppola, per la sua ultima creazione in cui ha immaginato la città di New York come una fantascientifica Roma antica, si sia ispirato alla pellicola del 1949.

Il regista italoamericano, nel corso della sua leggendaria carriera, si è interfacciato più volte al tema della costruzione e distruzione: come non ricordare il tempio finale nella giungla di Apocalypse Now o Un sogno lungo un giorno (One from the Heart) in cui è presentata una Las Vegas da cartone animato, illuminata dalla fotografia simbolista di Vittorio Storaro.

Anche l’Italia, con registi come Michelangelo Antonioni, Federico Fellini, Luchino Visconti e Bernardo Bertolucci, ha visto la grandezza della propria architettura ripresa da questi cineasti.

Specialmente la città di Roma e il quartiere EUR hanno avuto un ruolo determinante per pellicole fondamentali del nostro cinema come La dolce vita o Il conformista, in cui il razionalismo si prestava pienamente alle storie. Cinematograficamente parlando, poi, le immense costruzioni marmoree erano — e sono tuttora — scenografie accattivanti oltre che uniche.

Proprio il marmo assume un significato unico in The Brutalist grazie al suggestivo scenario delle Alpi Apuane, dove l’architetto, insieme al suo mecenate interpretato molto bene da Guy Pearce, sceglie personalmente il blocco da utilizzare per il suo progetto.

La vallata, che offre un incredibile colpo d’occhio, vedrà consumarsi una delle scene più disturbanti del film che, però, non scalfisce la potenza del luogo, anzi la incrementa. In un’inquadratura sembra quasi che quei grandi massi di marmo abbiano dei poteri magici, tanto limpidi e perfetti da potercisi riflettere.

La parte di The Brutalist girata in Italia è una delle più sensazionali e uniche che si siano viste in sala ultimamente. Le vette avvolgenti e lo strapiombo che vedono l’estrazione del marmo funzionale all’architettura fanno pensare ai versi stupendi di Gabriele D’Annunzio, che le descriveva così:

La Soglia del Contemporaneo —

The Brutalist, Cinema e Architettura