Ritorno in Tripolitania

Anche per chi viene da Roma, e conosce Ostia e sa a memoria Pompei, Leptis Magna è una cannonata […] Rovine che non sono rovine, ma voci che neppure il tempo e le barbarie hanno messo a tacere, e risorgono dal passato come un ricordo tuo, un momento insopprimibile della tua storia d’ieri appena trascorsa. Non già in una vita precedente io avevo camminato per la grande palestra e passando nel frigidario mi ero seduto con Adriano, mentre Antinoo si bagnava nella piscina opalescente, ma era la mia vita attuale in cui si prolungava quella di quasi venti secoli fa, e che ritrovavo in me, con la struttura stessa del mio pensiero, l’educazione alla bellezza, il lusso offerto a tutti che diviene lusso dell’anima. Onde quei marmi preziosi, quella volta di mosaico, e le luci vaganti che riverberavano le acque delle piscine, erano un’unica e sola immagine creata dall’uomo. Né mai potrei sentire staccata la mia vita da codesta, più di quel che non possa separare il mio attuale presente dall’infanzia“.

Le parole di Cesare Brandi (Città del deserto 1958) restituiscono ancora, con efficacia, quel senso d’appartenenza a comuni radici, quella consapevolezza di trovarsi nel solco di una stessa matrice genetica, che si avvertono nel calcare le pietre dei tracciati regolari di Leptis magna, dove le grandiose vestigia parlano un linguaggio che, prima della ragione o della memoria, sono i nostri stessi sensi a riconoscere. È il calarsi in una storia a cui siamo appartenuti e alla quale apparteniamo, un dono che integra e completa l’esperienza del passato trasmessaci dalle nostre città e dai nostri monumenti. Perchè pur negli sconvolgimenti affrontati nel tempo, tra invasioni, terremoti e insabbiamenti, le polis tripolitane, come quelle greco romane della Cirenaica, sono ancora lì, straordinariamente conservate, con ampi settori ancora in attesa di essere esplorati; gli stessi processi di trasformazione e riuso che le hanno segnate, pure importanti, più che confondere regalano invece la possibilità di letture “in itinere”, esibendo un ricco palinsesto di soluzioni sperimentate nelle fasi di passaggio, come si osserva nelle tante chiese bizantine impiantate su basiliche e templi antichi. Il riferimento è qui rivolto soprattutto a Leptis magna e Sabratha poichè Oea, la terza polis, è pressochè scomparsa sotto l’odierna Tripoli e della città antica, com’è noto, restano poche tracce, con la clamorosa eccezione del possente arco quadrifronte eretto all’incrocio tra il cardo e il decumano nel 163 d.C. in onore degli imperatori Marco Aurelio e Lucio Vero, liberato dagli Italiani in due successive campagne restaurative nel primo e nel secondo periodo coloniale.

Ma se a Tripoli i rimandi all’età classica restano limitati, una breve passeggiata nelle eleganti vie del centro continua a restituirci una positiva impressione su questo capitolo dell’architettura italiana; lascito di un’esperienza che, a fronte del giudizio pendente sulla storia coloniale, almeno per questo aspetto può essere rivendicato con orgoglio. Terreno di sperimentazione di un linguaggio che, con esiti più o meno felici, ha espresso il nostro razionalismo declinandolo e contaminandolo con le influenze delle culture locali, in un grande e fecondo laboratorio cui concorsero architetti, ingegneri e urbanisti come Luiggi, Bozzani, Meraviglia-Montegazza, Brasini, Limongelli, il trio Novello Cambiati e Ferrazza, Quilici, Funi, Di Fausto,chiamati a collaborare nei governatorati avvicendatisi da Giuseppe Volpi nel 1921 fino agli anni di Italo Balbo. Nel fermento della vivace ripresa che la città sta ora vivendo, molti di questi edifici sono in fase di ristrutturazione, con cantieri già ultimati o in fase di completamento; tra questi anche architetture iconiche come la Galleria De Bono, per la quale dobbiamo augurarci un intervento di tipo conservativo, contro le dorature che sembrano occhieggiare dal cantiere, estranee al nitore dei colori originari.

Una vicinanza, quella con la Libia, che per noi è anzitutto fisica; poco più di trecento chilometri separano il primo lembo d’Italia da questo tratto della costa nordafricana, con il carico di dramma che oggi, in tempi di migrazione, la vicinanza comporta. Nella splendida Sabratha, i brandelli di stoffa dispersi sul tratto di spiaggia sassosa davanti agli edifici delle Terme del mare, rendono cruda testimonianza del passaggio di uomini, donne e bambini che qui trovano un ultimo ricovero prima di imbarcarsi per il viaggio, dall’esito tutt’altro che scontato, verso le coste italiane. Tra gli altri, questo è forse l’aspetto più inquietante del letargo vissuto dai siti archeologici dopo la rivolta del 2011 che ha posto fine al regime del colonnello Muammar Gheddafi. Ma queste sono state sempre terre d’approdo, più che di partenze. La sponda africana, indispensabile alla vita dei popoli del mare nostrum, è stata snodo di capitale importanza e scalo intermedio per le navi fenicie, nei vivaci emporia ove avvenivano gli scambi di merci e prodotti provenienti dall’interno dell’Africa con le popolazioni indigene. Una cultura in movimento quella fenicia, legata ai viaggi e ai commerci, meno interessata alla durevole stabilità dell’architettura, di cui poco rimane, ma che nell’814 a.C., con la fondazione di Cartagine, andrà separando definitivamente il suo percorso dalla Cirenaica, oltre il golfo della Sirte, colonizzata dai Greci a partire dal VII secolo a.C.. L’eco dello scontro tra Cartaginesi e Greci per il controllo della costa nordafricana del Mediterraneo è tramandato dal mito dei Fileni, narrato da Sallustio nel Bellum Iugurthinum: affidata la controversia sull’estensione dei confini a una gara di corsa tra due coppie di campioni, i fratelli cartaginesi assicurarono l’esito a favore della propria patria sacrificando la loro vita con onore. Un mito che proprio gli Italiani rinverdiranno con l’erezione dell’arco progettato dall’architetto Florestano Di Fausto e inaugurato nel 1937 nella località denominata Are dei Fileni, dai mausolei che Cartagine avrebbe eretto in onore dei suoi eroi. L’arco, situato sulla Litoranea libica – la via Balbia -, formidabile infrastruttura che con i suoi quasi duemila chilometri collega in territorio libico il confine tunisino a quello egiziano, fu smantellato da Gheddafi nel 1973, in quanto simbolo del potere coloniale; il suo avveniristico disegno sopravvive nella documentazione d’epoca e in molte belle opere grafiche, amate dai giovani architetti tripolini che ne fanno bella mostra sulle pareti del proprio studio.

Fortunatamente, rispetto ad altri paesi riemersi da scenari di guerra come l’Iraq, il cui patrimonio archeologico ha subito pesantissime perdite, le ultime vicende della Libia, dal colpo di stato del 1969 con cui Gheddafi proclamò la Jamahirija “stato delle masse” alla primavera araba del 2011 che ne ha determinato la caduta, sembrano aver risparmiato le testimonianze storiche, anche se il bilancio definitivo è rimandato al cessare dello stato di precarietà dell’attuale situazione politica e militare, quando musei e siti archeologici saranno tutti nuovamente accessibili. La contesa in atto tra i governi della Tripolitania e della Cirenaica, con le immancabili influenze straniere all’opera, rendono il paese ancora instabile, con l’ulteriore incognita dei territori a sud e la presenza di milizie irregolari che non riconoscono nessuno dei due governi; spostandosi verso il deserto, può capitare di incontrare ragazzi che mostrano con orgoglio la fotografia del “colonnello” sul proprio smartphone.  Tuttavia, pur con alcuni condizionamenti e un limitato grado di autonomia negli spostamenti, sembra ora finalmente riemergere la volontà di riaprire il paese. L’assenza di visitatori, se da un lato ha ridotto l’impatto antropico, dall’altro ha comportato grandi criticità nel mantenimento di presidi manutentivi e di tutela, attenuati solo nei siti inseriti nella lista del patrimonio Unesco e nonostante la presenza, seppur discontinua, di missioni di studio straniere, tra cui quelle italiane.

Di fronte all’immane sfida che il patrimonio archeologico libico sembra lanciare, è ancora più impressionante considerare il lavoro condotto in passato dagli archeologi italiani in queste polis, che ancora beneficiano delle imponenti campagne di scavo e restauro del periodo coloniale e dell’immediato dopoguerra. Superfici di grande estensione, distese sulla linea di costa a diretto contatto con il mare, esposte all’azione del vento e all’erosione; sabbia e vegetazione spontanea si insinuano tra le pietre e ricoprono acciottolati, mosaici e marmi, seppure la Tripolitania sembra risparmiata dalla sconcertante invasione di plastica riscontrata in alcuni siti della Cirenaica, come Tolmeida. Nell’opinione delle “storiche” guide turistiche di Leptis e Sabratha, riconvertitesi per necessità in altre occupazioni, si colgono disincanto e scarse aspettative per l’immediato futuro. Se queste prime aperture al turismo siano da cogliere anche come avvio di un’attenzione sui temi del patrimonio culturale da parte di questi giovani e scomposti governi provvisori, che possono permettersi di vivere sui soli proventi del petrolio, sarà da vedere. In ogni caso, mantenere viva l’attenzione su questi luoghi, non lasciare sole istituzioni e strutture scientifiche che se ne prendono cura, mantenere i contatti con tecnici e operatori locali, costituisce l’unico apporto utile a sostenerne l’isolamento ed evitare zone cieche sulla situazione in corso.

Per questo rientrare dopo anni a Leptis magna o a Sabratha, calcarne i bianchi basoli per addentrarsi nella foresta di templi, fori, terme e ville, ha il valore di un pellegrinaggio. Le città sono ancora lì, con la loro parte di mistero ancora da scavare, miracolosamente sopravvissute nella loro imponente e struggente bellezza, in una sorta di gigantesca metafora del tempus fugit.  In assenza di visitatori, stupiti e quasi sovrastati da tanta materia tradotta in storia e paesaggio, si sperimenta ancora “il grande silenzio” di cui parlava Ranuccio Bianchi Bandinelli nella sua introduzione al volume su Leptis magna di Vergara Caffarelli e Caputo (1963), condividendo il fascino melanconico del “naufragare insieme a essa nelle sue solitudini d’abbandono, osservare come l’onda del mare scopra sotto la sabbia i resti di pavimenti a intarsi marmorei, dei quali nessuno ricorda la mano che li posò né il piede che li calpestò per primo; scalare i massi del molo battuto dai venti, ruinato lungo il promontorio che si conclude col faro e interrogare la serie dei grandi capitelli abbandonati  lungo la sponda”.

La sabbia, la stessa che provocò il precoce insabbiamento del nuovo molo voluto da Settimio Severo e che poi ricoprì la città consegnandola all’oblio, non è servita a risparmiare Leptis dalle depredazioni che tra la fine del 1600 e gli inizi del 1700 impegnarono il console francese Claude Lemaire, né a evitare nell’Ottocento la fuoriuscita dei marmi consegnati dal pascià di Tripoli all’Inghilterra, ora a Windsor, ma possiamo almeno ricordare la restituzione da parte del governo italiano a quello libico della cosiddetta Venere Capitolina, ritrovata nelle Terme di Adriano e donata da Italo Balbo al maresciallo tedesco Hermann Göring.

Pur nel permanere di un’anima punica, l’impressione che sempre suscita la visita di queste polis è legata alle imponenti trasformazioni urbanistiche dei primi anni dell’impero, seguite alla stabilizzazione dell’area e allo sviluppo dell’economia africana basata sui commerci, ma anche sull’intensivo sfruttamento agricolo, basti pensare all’enorme tributo in olio d’olivo imposto da Cesare a Leptis magna dopo la sua conquista. Opere che dotarono le polis delle strutture e degli impianti delle grandi città dell’Impero, rigenerandole con quello che è stato definito processo di “marmorizzazione”, attraverso il quale anche gli edifici esistenti vennero rinnovati e impreziositi da rivestimenti lapidei. Leptis, la città di marmo, è del resto anche la città natale dell’imperatore africano Settimio Severo, che profuse ingenti risorse su un tessuto urbano già valorizzato da precedenti interventi, come le sontuose Terme urbane del periodo adrianeo, inaugurate nel 127 d.C. nei pressi dello wadi Lebda. Un’operazione corale, che vide l’apporto delle classi dirigenti locali, impegnate nella costruzione di importanti poli cittadini quali il mercato, il foro, il teatro.

Difficile, in effetti, trovarsi di fronte a una tale quantità di marmi, importati dall’Africa proconsolare e da vari paesi anche attraverso la Marmorata, il deposito dell’Urbe lungo il Tevere. Un infinito catalogo a cielo aperto: proconnesio dell’Asia Minore, pentelico dell’Attica, lunense italiano, graniti dalla Troade e dall’Egitto, pavonazzetto, diversi tipi di breccia dalla Grecia e dall’Asia minore, Caristio dell’Eubea e molte altre varietà che, nel gioco cromatico tra le parti, riattivano anche i toni caldi delle pietre locali di più largo utilizzo, come calcari, travertini e arenarie. Domina il marmo dell’Eubea, il cipollino, presente in quantità massicce, con il quale sono realizzati anche i fusti delle 125 colonne della via Colonnata e quelle dell’imponente Foro severiano, sostenenti le arcate con i celebri medaglioni con le teste di Gorgone. Proprio quelle Meduse, che anche riverse a terra paiono più vive che mai, fanno correre il pensiero alla medesima, ossessiva presenza già incontrata ad Afrodisia nella Caria, alla cui scuola di marmorari sono stati in effetti ricondotti diversi interventi in questo contesto.

Rocchi di colonne, architravi dai fregi decorati, settori di arcate, transenne e materiali di ogni genere a terra, che impegnerebbero diverse generazioni di archeologi per proseguire l’opera di ricostruzione condotta qui in passato. E nel Mercato, sullo sfondo del mare il cui azzurro intenso si insinua tra i colonnati sferzati dalla brezza marina, sembra ancora di sentire, tra lo sciabordio delle onde, le grida delle contrattazioni dei mercanti o e le risate dei marinai, impegnati forse in una partita su una delle tante tabulae lusoriae incise sulla pietra. Eco dei rapporti commerciali con le polis della Tripolitania è l’ufficio di rappresentanza aperto dai Sabratesi a Ostia tra fine del II e gli inizi del III sec. d.C., di cui resta, nel Piazzale delle Corporazioni, un pavimento musivo con la raffigurazione di un elefante e l’iscrizione STAT(IO) SABRATENSIUM.

L’evoluzione della disciplina del restauro renderebbe oggi meno scontati alcuni interventi di ricostruzione effettuati in passato, ma mentre ci interroghiamo sui possibili esiti critici a fronte degli odierni strumenti a nostra disposizione, dall’altro non possiamo che essere grati all’impegno di tanti archeologi, architetti, restauratori, per aver provato a restituire nella loro imponenza almeno una parte delle architetture a cui è oggi legato l’immaginario collettivo di queste polis, consentendo a tutti di godere dei loro valori dimensionali e spaziali, che sono la materia prima dell’architettura. Avremmo perduto la possibilità di stupirci del gigantesco segnacolo funerario di Sabratha, noto come Mausoleo B, ricostruito con i materiali rinvenuti murati nella vicina torre della cinta muraria bizantina; bizzarro monumento, che tra influenze puniche e influssi ellenistici avrebbe intrigato pure Borromini con la sua pianta triangolare a lati concavi; a noi consente anche di osservare il trattamento a stucco sull’arenaria locale, ampiamente praticato a fini protettivi, qui ben conservato. E poi i teatri. Risalire le gradinate della cavea mentre il paesaggio cambia sotto i nostri occhi, fino a gettare lo sguardo sulla città sottostante, ascoltare gli effetti acustici, percorrere i corridoi di smistamento, conferiscono alla visita il valore dell’esperienza diretta, perché l’architettura è fatta per essere penetrata, non solo guardata. Ma è necessario lasciare da parte l’occhio critico ed abbandonare il sovraccarico professionale dell’esperto, dimenticando anche il severo giudizio di Brandi sul teatro di Sabratha, “enorme, sproporzionato, inverosimile” un “colossale modello al vero, messo lì per far vedere quello che doveva essere”, nonostante il grande studioso riconosca che l’impressione suscitata sia immensa. E magari prendersi un po’ di tempo per regalarsi un sorriso tra i resti della basilica, rileggendo qualche passo dell’Apologia, l’orazione con cui Apuleio, l’autore dell’Asino d’oro, proprio qui si difese nel processo intentatogli nel 158 d.C., lasciandoci una straordinaria quanto gustosa testimonianza dell’ambiente di Sabratha.

La Soglia del Contemporaneo —

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