Contemporaneo. Tra Cronos e Sincronos. Invenzione dell’antico e tempo moderno.

Contemporaneo

― è un termine che implica il superamento di tutte le distinzioni e la capacità di stare con noi stessi, una consistenza di analogie e diversità, che non è la vicinanza a noi, con una differenza culturologica dell’uso corrente che ne fa una funzione di prossimità spazio-temporale, che c’è, indubbiamente, ma è l’errante interferenza del nostro tempo, con tutti i tempi, ma proprio tutti, della varia vita umana, cosciente e storica. Non tutto quello che è avvenuto e che avviene è nostro contemporaneo, perché ci sono cose del presente che non ci appartengono e altre del passato che non ci appartengono più, che possiamo definire già cronache al loro apparire ed altre che sono di cronaca passata, che non ci coinvolgono emotivamente e passionalmente, come l’eresia iconoclasta costantinopolitana o la persecuzione dell’astrazione e dell’informale di Zdanov e degli stalinisti diffusi; ma ce ne sono altre che vanno e vengono, che denominiamo col prefisso neo o con il generico nomenclare di “citazionismo”. Questo perché niente dell’invenzione umana è universale ed eterno, ma tutto è culturale, nel senso più intuitivo o deliberante del termine, perché ci sono culture forti, capaci di estendersi in verticale, orizzontale, trasversale, in grado di attraversare profonde crisi strutturali e fenomeniche, e culture deboli, incapaci di contaminazione e di propulsione, che muoiono addirittura o si ammalano profondamente e non hanno qualità e valenza di proporsi se non come narrazioni “altre”, di frammenti oppure di curiosità. Ciò che c’è, che continua ad esserci, oppure che torna dopo una fase di oscuramento, è il contemporaneo, capace di profonda incidenza nei corpi vivi dei modi di essere, negli stili di vita, dei linguaggi, delle arti, delle scienze, per cui esistono vari e diversi linguaggi che non diventeranno mai una unità. Ma in questa non-unità si possono leggere delle affinità e delle differenze fondanti per connotare l’esistenza delle civilizzazioni, che sono il percorso dinamico delle civiltà. Per cui io posso essere contemporaneo di Anish Kapoor, ma anche di Policleto, senza che questo debba scatenare una schizofrenia o una lesione del mio essere, anulare o vettoriale insieme, come ci insegna l’attualissima teoria dell’indeterminazione, che ipotizza l’origine psicologica del mondo, a dispetto della geologia materialistica di spazi e tempi.

Cronos

― è una divinità addormentata, che vive nel sonno e in esso sogna tutto l’universo, a sua immagine e somiglianza; una grande cosmologia che è biologica e psicologica, che prende tanti nomi (fisici e metafisici) generando una scrittura archetipica, originaria, una biografia immaginaria che borgesianamente postula un “dopo”, con un’esegesi e un’ermeneutica dell’essenza di ogni presente, con una qualità capace di flettere e riflettere, nel dare origine a un’attualità sfuggente; ma soprattutto capace di fabbricare memoria e di immaginare l’inesistente, poetico, il mondo di quello che è stato, storico; quindi istante della consapevolezza e dell’autocoscienza e di sollevarsi tra gli astri, quindi concepire l’astratto, le chimere, la dialettica tra il nunc e il tunc, tra visibile e invisibile. Le tracce del tempo sono corpi naturali o artefatti, transitati nella morte, oggetti della quotidianità e della magnificenza, poemi dell’immagine e della parola transitati nel passato. La chiamiamo storia con una singularia maiestatis, che comprende tutto l’umanesimo, fatto di grandi e piccoli eventi, e cerca in ogni momento, oltre che di sapere, anche di comprendere, senza lasciarsi trascinare dalla deriva dei sentimenti e delle emozioni, che devono costituire la vita in atto ma non devono coinvolgere il giudizio, che deve rispondere a una meditata scientificità di fondo, scindendo i fatti dalle opinioni. Perché tutto quello che è storia è transeunte, anche gli sconfinamenti di male e bene; per questo bisogna ergersi a saggezza, che vuol dire stare nel crinale, da dove tutti i versanti sono visibili. Risvegliarsi e risvegliare. Tempo finalizzato, oggettivato, relativizzato; quello che diventa atto di volontà, capace di distinzione tra il fantastico e il reale. Coscienza, da intendersi come durata psicologica, come percezione, emozione, razionalità, orientate verso una perfezione irraggiungibile, ma intesa come meta da tutti, quasi una necessità di itinerario, per dare senso a ogni passo. A tutti, sia a coloro che credono a una teleologia che spiega tutto, sia a quelli che pensano che tutto sia senza senso e vogliono darglielo o con la bellezza o con la sublimità; che poi sono le tracce della stessa armonia, differenziandosi per il fatto che la prima è un’area con un proprio perimetro, mentre la seconda è un’area senza perimetro; in sostanza, la differenza tra uno stare e un andare, che sono due facce di una medaglia, che è il nostro io lirico e delirico, governato da Passione, Amore, Perfezione, intese come ricerca che non finisce mai, ma con accanto un senso della forma, della qualità, dell’animazione, dell’annuncio e dell’infinito.

Sincronos

― non vuol dire appiattimento, schiacciamento, ma senso diffuso, aereo della contemporaneità, come affinità elettiva, che non ha bisogno di mitizzare nessun tempo, ma di accogliere la vita come una grande reverie, in cui possono esserci delle consistenze diverse, senza essere vincolati dagli avvenimenti correnti, come pesi e misure della totalità. In questa condizione molto speciale si vengono a situare gli eventi della casualità e della necessità, come una cantoria che accompagna lo scandirsi dell’ordinarietà oggettivante, con il groviglio della straordinaria vita dello spirito, che non è mai tutto in un momento, ma è svolgimento che non ammette soglie e non concepisce cesure, perché in esso vivono memorie ancestrali, traumi, trionfi, desideri e futuro. Si tratta della svelatura continua delle ore e dei giorni, oltre i limiti del calendario, in una conspitatio, in cui non solo gli estremi si toccano, ma tutto l’universo mentale (e di conseguenza quello materiale) sappia e possa apprendere da ogni momento dell’evoluzione creativa, di matrice bergsoniana, che configura i due estremi dell’intelligenza in intuizione e ragione, l’una capace di inventare, l’altra capace di scoprire. Dalla sincronia nasce una ricchezza formale, da metafora senza confini, che comprende e assimila la metonimia, in una linguistica debordante, “naturalmente” eclettica, che può prendere e raccogliere da tutte le parti, perché non ci sono civiltà e civilizzazioni vive e civiltà e civilizzazioni morte, ma culture e ispirazioni a cui applicare esegetiche ed ermeneutiche, ma soprattutto delle contaminazioni che mettono insieme cose diverse, ma non tanto per farne giustapposizioni, quanto per determinare nuovi organismi, che sono vivi e vitali, perché non si impongono confini e delimitazioni tra un essere e un non essere, ma una continua e continua transizione che prende e dà. E con ciò ci somiglia, perché noi siamo sincronici e viviamo mentalmente in ogni tempo e in ogni luogo, implicando in ciò il suono, il tatto, il visto e tutte le forme di quello che è stato, accaduto, che è, sta accadendo, che sarà, accadrà (?!), non solo nella misura dimensionale junghiana dei libri neri e rossi, ma nella nostra comune coscienza, che ci fa incontrare “per caso” un libro, un quadro, una persona a cui avevamo appena pensato. Che forza!

Invenzione dell’antico

― vuol dire recupero della propria genealogia, antropologia, cultura, in linea con il conoscimento, riconoscimento vero di quanto accaduto nei tempi passati, non più in chiave memorialistica, positiva o negativa, ma come un racconto del sé, come era una volta, non com’è adesso, nel presente, con una costruttività storica che privilegia il sapere prima del giudicare, auspicando una bilancia vera, non truccata dalla propria parte; appunto una linea piena di curve, arresti, che non è un punto o una serie di punti, i cui nessi non sono sempre palesi o univoci, meno che meno un punto finale. L’antico prende il nome che era stato del vecchio e del mitico, in una misura nuova e diversa, che serve alla conoscenza e all’innamoramento, quindi alla nascita del museo, non più come curiosità o cimelio, ma come necessità fondante del principio di civiltà (l’aristotelico tempo come forma delle cose), che è sostituzione, ma soprattutto accumulo di ricchezze materiali e conoscitive, capace di fare il bilancio continuo delle perdite e dei guadagni, ma anche in grado di dare un nome alle differenze, che fanno del nuovo non già la negazione dell’esistente, ma la modificazione insita nella dinamica della vita, individuale e collettiva. Vuol dire anche dare un valore alla tradizione, da non intendere (o non intendere più) come ripetizione di forme e contenuti, ma come specchio moltiplicante di forme della fantasia, che possano generare nuove forme di vita immaginaria. L’antico è paradossalmente coevo del moderno, nato da chi volle dare un nome ai tempi della storia e immaginato come un dialogo sui sistemi che fanno biografia di una biologia, non ipotizzando continue, arcane catastrofi, ma trasformazioni che seguono la vita vera e anche le allucinazioni utopistiche dei visionari, capace di poesia e di scienza, e quindi distinzione necessaria del bisogno materiale dal desiderio mentale. Bisogno, dunque, di non cadere nella falsa dialettica di eterno e fuggevole, rimanendo nel tempo fenomenico, che non è l’enigma dello scientifico o l’illusione del palingenetico, ma innestando una cultura dell’accoglienza, del mettere insieme la preziosità del passato, anche lontano, molto lontano, con l’avveniristico più irritante e sperimentale. È la modernità che inventa l’antico, facendone uno strumento di conoscenza che permette di superare e vincere il vecchio, il tempo della morte.

Tempo moderno.

― Configura l’apoteosi del cambiamento, della mutazione, della mutevolezza come sostanzialità, quindi non più intesa come segno dell’usura, della crescita naturale o della decrescita stagionale, ma come ipotesi dialettica di lavoro fondamentale, come strategia che intende la proiezione, il passaggio al nuovo, all’originalità, come costituente del proprio essere. L’etimologia del suo assetto nominale dichiara già l’orientamento dinamico verso l’imprevisto, la sperimentazione come essenzialità, che non guarda alla corporalità del già fatto, ma allo stupore del divenire, con un superamento continuo degli assetti esistenti, che non vengono più visti come stabilità, come punti di arrivo e rassicurazione, ma come soggetti di un continuo riposizionamento e sostituzione. Infatti, in tutti i campi del sapere e del fare, si è votati a una programmazione sempre più breve, da rasentare l’istantaneità dei tempi utili, di durata e di performatività, per fare posto al futuro, che attende con forte impazienza di fare il proprio gioco. Tutto si è accelerato e si accelera, con impressionante velocità, tanto da rendere precario il concetto stesso di conoscenza, limitarlo alla superficie dell’avvolgente sistema della moda, che copre tutto il sistema produttivo planetario, e della spettacolarizzazione, della sua ipertrofica e inarrestabile bulimia consumistica, come ingredienti fondamentali della modernità, che è il luogo della libertà, ma anche della solitudine, foriera di successo o di malattia, quando non di successo e malattia insieme: appagamento o delusione. Comprendere tutto questo significa che le utopie appartengono ad alti mondi, filosofici, letterari, poetici, mentre qui ed ora occorre confrontarsi con la perdita delle secolari certezze, per seguire la seduzione o l’inganno della scienza e della tecnica, che sono strumenti dell’attuale metafisica e fisica; strumenti liberatori “trascendentali”, ma che possono diventare assoluti e padroni, se non vengono bilanciati o addirittura contrastati nella possibile hybris da un’Etica (con l’E al maiuscolo) e da un socratico sapere di non sapere, quindi in continua vigilia di studio, di approfondimento, di maieutica generale, linguistica e formale. Affinché nessuno rimanga nel folclore o nell’alienazione e sia in grado di essere in sintonia con i rumori, perché diventino suoni, con le nebulose, perché diventino immagini, ma senza rassicurazioni che quello che verrà somigli, nel bene e nel male, a quello che è oggi oppure che è stato.

La Soglia del Contemporaneo —

Contemporaneo. Tra Cronos e Sincronos. Invenzione dell’antico e tempo moderno.