Un Museo per Roma

Villa Rivaldi e la “nuova” Velia: Museo per Roma

Una delle cose che si possono notare, a proposito delle alture delle Carinae (probabilmente più orientali, verso la via del Colosseo, secondo Filippo Coarelli) e della collina Velia (più prossima alle alture a ridosso della basilica di Costantino e Massenzio), intorno alla valle del Colosseo, è che la loro presenza accentuava la percezione stessa della valle. Non è questa la sede per tentare di stabilire se nel gergo archeologico, urbanistico, giornalistico del Novecento la Velia possa essere intesa come comprensiva delle Carinae o meno: se siano cioè non solo due alture distinte, ma prive di rapporti gerarchici che possano giustificare il fatto di ricomprendere le une nell’altra, come è in effetti avvenuto, a partire da Antonio Cederna. Questa collina, un articolato sistema di rilievi, sappiamo che è in massima parte scomparsa per far posto nel 1932 al tracciato della Via dei Monti, poi divenuta Via dell’Impero e successivamente Via dei Fori Imperiali. All’inizio la “Via dei Monti” non era legata nel suo primo nome al quartiere Monti, al Rione, ma indicava piuttosto la direzione verso i monti dei colli Albani, verso il Tuscolo, monte Cavo e monte Porzio, in alternativa all’altra nuova arteria diretta verso il mare: in questo senso dunque erano dette la via dei Monti e la via del Mare. Poi il nome fu trasformato in quello della via dell’Impero e, per fortuna, accanto a questa idea dell’impero, in parallelo, nacque anche il Foro Italico, mentre rimase immutato, nel nome, il Foro Romano: fu proprio grazie a questo intreccio che vennero salvate le propaggini e i residui della collina dalla completa demolizione e spianamento. Se non fosse nata l’idea del Foro Italico, lungo la via dell’Impero – inizialmente detta via dei Monti – si sarebbe affacciata una nuova edilizia solenne e monumentale, e anche la parte non demolita della collina sarebbe stata abbattuta, spianata. Su quella collina, infatti, era sorto – possiamo dirlo, anche se suona un po’ retorico – uno “scrigno” del Cinquecento, unico nel suo genere: racchiudeva non solo fontane, giardini, sulla Velia, ma un palazzo ornato da dipinti e sculture, sulle Carinae. Soprattutto recava un messaggio unico e irripetibile sulla Chiesa romana, nel corso di quegli anni difficili.

Si tratta di un monumento che racconta, come nessun altro luogo a Roma, il tentativo di papa Paolo III Farnese di ricomporre e conciliare lo scontro, la rottura con la Riforma protestante. Per trent’anni si cercò di mantenere la pace, immaginando una Chiesa madre di tutti. È importante ricordarlo perché ancora oggi si continua a dire – erroneamente – che la Controriforma sia nata dal Concilio di Trento. Niente di più falso: il papa Farnese indisse il Concilio di Trento proprio per cercare una posizione di equilibrio tra i riformati al di là delle Alpi e i cattolici al di qua. A Trento esisteva un transito particolare: lì c’era un principe vescovo, una famiglia che riusciva a mediare tra le due culture. I Madruzzi. Per questo si scelse quella sede, come per dire: fissiamo il concilio in un punto di possibile reciproco incontro. Finché il concilio rimase a Trento si cercò una attenuazione: certo, erano pur sempre i toni di una contesa, punteggiata da singole azioni violente, ma non ancora di un esteso scontro armato. In quegli anni i testi di Lutero venivano pubblicati e letti, ed erano, di nome e di fatto, testi “protestanti”: lamentavano la vendita delle indulgenze, la simonia che serviva a finanziare l’abbattimento della basilica costantiniana e la ricostruzione della basilica di San Pietro. Condannavano il potere, la ricchezza opulenta. Si trattava di richieste tese a correggere alcuni orientamenti, cosa che poteva avvenire anche senza accuse reciproche di essere in errore. Non era inoltre semplice spiegare le esigenze di continuità rispetto alle decisioni prese negli anni precedenti, con la gestione del papa Leone X Medici e la “congiura dei Cardinali”. Tuttavia, finché il concilio restò a Trento, il papa Paolo III Farnese ribadiva: continuiamo a pensare a una Chiesa madre di tutti. Ma, morto Paolo III, quando il concilio si spostò a Bologna, nacque davvero, allora, la Controriforma cattolica.

La Controriforma avversativa, infatti, non nasce a Trento: la Controriforma è espressione dello stesso concilio trasferito e concluso a Bologna. A Trento c’era la ricerca di una composizione, a Bologna l’inizio della contrapposizione. Ecco allora che abbiamo, a Roma, un documento unico: il palazzo di Eurialo Silvestri, segretario di Stato di Paolo III, un marchigiano originario di Cingoli, che aveva come stemma un animale particolare, uno scorpione (animaletto silvestre, minaccioso, selvatico di nome e di fatto) simile a un altro crostaceo, un gambero, che ricordava lo stemma dei Gambirasi. Il motto dei Gambirasi era Mors tua vita mea (“la tua morte è la mia vita”), con la croce che alludeva al sacrificio di Cristo e alla nostra salvezza. Nel loro stemma, legato al nome, compariva inoltre un gambero, che può andare sia avanti che indietro con scatti improvvisi: un simbolo ambiguo, leggibile anche al contrario, quasi minaccioso. Quel motto poteva essere inteso insomma in senso evangelico, come invito al sacrificio e alla riconoscenza, alla gratitudine, ma anche in senso intimidatorio.

Eurialo Silvestri, segretario di Stato – su indicazione del papa – si fece costruire una villa importante, con una sala di ricevimento per gli ospiti del pontefice, detta per questo “del trono” (il papa poteva venire loro incontro e riceverli fin dal loro arrivo oppure potevano salire per incontrarlo al Quirinale o in Campidoglio. Era dunque una residenza significativa, un luogo di rappresentanza e insieme di mediazione. Questa villa, dunque, aveva una funzione strategica di snodo. Ma quasi ormai un secolo fa, fu destinata alla demolizione per costruire un palazzo istituzionale. Fortunatamente il progetto approvato venne realizzato altrove, e la nuova struttura, nata come palazzo littorio o casa del Fascio, divenne sede di un Ministero che oggi conosciamo come la “Farnesina”. Per chiarire: il Ministero degli Affari Esteri, a suo tempo, aveva sede a Villa Chigi, cioè nell’antica Villa Chigi poi detta Farnesina, che si trovava sull’altra riva del Tevere, come prolungamento di Palazzo Farnese. Successivamente, però, si decise di destinare al Ministero una nuova sede e il progetto venne spostato: così la villa di cui stiamo parlando non fu abbattuta, ma rimase in piedi. Tuttavia la precarietà non finì lì. Anche in seguito la villa fu di nuovo “condannata a morte”. Negli anni Cinquanta, nel dopoguerra, infatti, si bandì nuovamente un concorso per demolirla e costruire un nuovo grande edificio: un “Centro del Commercio Mondiale”, così chiamato nei progetti, denominato anche, forse in omaggio agli Alleati vincitori, “Coliseum center”, che avrebbe dovuto sorgere proprio lì. Per fortuna, ancora una volta, quel progetto non si realizzò. Si era pensato persino a dotare in copertura il nuovo supermercato di un parcheggio multipiano, in modo che, mentre si faceva la spesa, fosse possibile affacciarsi a guardare i Fori. Un concorso internazionale fu bandito e giudicato, i premi furono assegnati, ma, ancora una volta, per fortuna, non se ne fece nulla.

Dunque si vede bene che questo palazzo, questa villa, nel corso degli ultimi cento anni ha corso rischi ancora maggiori delle pesantissime amputazioni che ha subìto. Gran parte delle fontane sono scomparse: erano fontane musicali, con più di un organo ad acqua. Non era cosa da poco: di organi ad acqua ce n’erano pochissimi, al Quirinale, a Palazzo Borghese e in pochi altri luoghi. Non era una curiosità qualsiasi. Quando sono stati restaurati, in alcuni casi, non si è riusciti nemmeno a farli suonare di nuovo: costruire un organo ad acqua è molto più difficile di quanto sembri, perché le vibrazioni dell’acqua, incomprimibile, non sono duttili e plasmabili come quelle dell’aria. Questa villa e il palazzo passarono poi, nel Seicento, alle opere pie. Col lascito di Ascanio Rivaldi fu possibile l’acquisto dagli eredi Silvestri e la nuova destinazione ad ospitare giovani bisognose e ragazze madri: che allora si chiamavano le povere medicanti. Si organizzò un istituto di assistenza: le madri e i bambini venivano accolti, fu aperta una scuola, si riadattavano fontane e decorazioni interne in maniera più semplice. Con l’Unità d’Italia, questi istituti furono “demaniati”: passarono cioè da istituzioni religiose a istituzioni pubbliche, continuando più o meno ad occuparsi degli stessi scopi assistenziali, ma senza più il sostegno della Chiesa. Così il palazzo e la villa finirono in gestione a enti pubblici di assistenza e beneficenza. Il problema era che, nel frattempo, l’edificio era stato due volte condannato alla demolizione. E allora – è più che comprensibile – nessuno investiva più seriamente per mantenerlo: perché spendere soldi per restaurare un palazzo che, di lì a breve, si sarebbe dovuto abbattere? Così il complesso è rimasto a lungo in uno stato di abbandono apparente, ma in realtà si è trattato di un abbandono “indotto”: più che trascurato, l’edificio era perseguitato da progetti continui di distruzione. E questa persecuzione continuò a lungo. Solo a tratti ci furono momenti di respiro: quando, ad esempio, il convento venne occupato e vi si organizzarono spettacoli, mostre, attività artistiche. Si sognò che l’edificio potesse rinascere ad una nuova vita culturale. Ma le strutture architettoniche non bastano a sé stesse, richiedono cure continue: possono ricevere le “carezze” di attività artistiche, ma se manca un progetto di uso e manutenzione forte e stabile, la rovina continua. A un certo punto si è sciolto finalmente il nodo centrale: finché il palazzo apparteneva a istituti di pubblica assistenza e beneficenza – in questo caso agli Istituti di Santa Maria in Aquiro (ISMA) – non era possibile pensare a un restauro. Quegli istituti, infatti, avevano la proprietà e soprattutto le finalità, le competenze alla conservazione del patrimonio, solo in modo concorrente, a seguito della riforma costituzionale che aveva ridefinito i beni degli enti assistenziali.

Alla fine è intervenuta la Regione Lazio. Poiché la Regione ha competenza sugli istituti di assistenza e beneficenza (così come sulle ex unità sanitarie locali), ha preso atto che il compendio in quello stato di conservazione non era gestibile dagli ISMA: non era più fonte di reddito utile a sostenere le finalità assistenziali e richiedeva investimenti che esulavano dalle possibilità delle IPAB, nel contempo mutate in ASP. La Regione, dunque, ha rilevato il palazzo, al fine di valorizzarlo. Il Ministero competente ha firmato con la Regione un’intesa per i restauri. Dopo due condanne a morte (quella del palazzo istituzionale e quella del centro commerciale sormontato da parcheggio), ci si sarebbe aspettati che finalmente lo Stato manifestasse l’intento di restaurare e restituire alla città un bene tanto prezioso. Se fosse stato un bene privato, il proprietario avrebbe potuto intentare e probabilmente vincere una causa: lo vediamo, ad esempio, con l’ospedale San Giacomo, dove gli eredi del fondatore-donatore hanno avuto ragione. Invece lo Stato sembra intendere che agli oneri del restauro debbano corrispondere benefici in termini di uso. In pratica la Regione ha pagato l’acquisto all’ISMA (Istituti di Santa Maria in Aquiro), rendendo possibile l’impiego del ricavo in opere assistenziali. Il palazzo è dunque di proprietà regionale, situazione in cui sarebbe più che possibile, nel caso specifico quasi doverosa, una azione di restauro a totale carico dello Stato. Ma è invece consegnato al Ministero, che ne ha acquisito l’uso firmando una sorta di “pagherò”. In sostanza il Ministero ne ha ottenuto l’uso senza aver sostenuto se non in minima parte i costi di restauro. E qui sta l’assurdo: in questa nuova tecnica di appropriazione immobiliare. Una sorta di “esproprio mascherato” tramite lavori a rivalsa eseguiti solo in minima parte, quando si sarebbe dovuto trattare piuttosto di risarcimento per i guasti prodotti con ripetute quanto improvvide decisioni di demolizione.

Si può aggiungere in breve una proposta finale. Sommariamente l’idea è questa: tra i due muraglioni progettati da Antonio Muñoz, che ancora oggi segnano la cicatrice del taglio della collina Velia, si potrebbe realizzare un ponte secondo il sistema reticolare ideato dall’ingegnere inglese Donald Bailey, impiegato per i ponti militari e ferroviari “a sbalzo”. Questi ponti hanno il vantaggio di non dover essere montati su ponteggi – costosi e problematici da realizzare sui fiumi – ma nella fase di costruzione avanzano a sbalzo dalle due sponde fino a congiungersi al centro. Sono strutture rigidissime e sicure. Un ponte del genere, collocato tra i due muraglioni, sarebbe tecnicamente possibile: conosciamo bene la consistenza delle murature grazie ai recenti lavori della linea C della metropolitana, e anche dal punto di vista archeologico la situazione è ormai chiara sin dal 1932. Su questo ponte si potrebbe ricostruire un tratto di giardino, restituendo così continuità alla collina e ridando senso al paesaggio. Sarebbe un modo per superare la condizione attuale, in cui ogni anno – il 2 giugno, il 4 novembre e in altre occasioni – vengono montate e smontate in fretta e furia le tribune per le parate lungo via dei Fori Imperiali: una scena che ricorda l’inatteso rovesciamento delle parti nella Sofronia, forse la più paradossale tra le “città invisibili” di Calvino, dove esistono due mezze città. Una parte della città parrebbe permanente e un’altra precaria, ma si montano e smontano continuamente le strutture permanenti.

Qui, invece, potremmo uscire dalla logica precaria del circo e avere una struttura stabile, ma leggera e smontabile, che ricostruisca il profilo della collina. Sopra di essa, le fontane circolari e ovali del giardino cinquecentesco potrebbero essere evocate da due vasche con un velo d’acqua su fondo trasparente, capaci perciò anche di illuminare gli ambienti sottostanti, ricavati nello spessore della struttura sospesa su un tratto della via. Dalle sale interne al ponte si aprirebbero due vedute straordinarie: da un lato il Colosseo, dall’altro piazza Venezia. E in questo luogo si potrebbe finalmente realizzare una parte del Museo della Città di Roma: un museo stratificato, vivo, collocato così anche in un sito che da oltre 400 anni testimonia la vocazione a servire non i potenti, ma la comunità cittadina.

Francesco Scoppola


Intervento al convegno Verso il Museo della Città di Roma, Sapienza Università di Roma – Aula Magna Facoltà di Architettura, 19 maggio 2025.

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