La contemporaneità

Contemporaneo! Forse una parola consumata.

Mi hanno invitato a parlare della contemporaneità, grazie!

Sembra fatto apposta, proprio ieri ero nella “contemporaneità” e mi sono chiesto… incredibile, ma allora è tutto vero: siamo dentro una realtà o è un’immaginazione.

Spiego meglio.

Da qualche giorno mi sono trasferito in Inghilterra e, nel trasferimento, qualcosa è accaduto al mio computer, per cui sono andato da un tecnico che ha un negozio in una cittadina vicino alla nostra abitazione nello Yorkshire, dove mi sono trasferito definitivamente.

Cosa succede: già dalla vetrina del negozio sono un po’ sorpreso ed entrando, aprendo la porta, spunta sul mio volto un sorriso di meraviglia che a poco a poco si fa sempre più largo, e sono caduto dentro una favola.

Bene, ero entrato in un negozio che vende e ripara computer, alta tecnologia, ma con mia grande sorpresa il negozio vendeva anche cuffiette di lana per neonati, golfini e guantini, una cosa da nonne del passato.

Una gentile signora di una certa età, sorridente, ci ha salutato inconsapevole di quello che pensavamo.

La signora era seduta su una poltroncina, lavorando a maglia comodamente con i suoi ferri per la lana.

Io sono atterrato in Inghilterra dopo anni passati in Indonesia.

Il mondo si era fermato lì anni fa, nei luoghi dell’Irian Jaya e del Borneo, dove vive il primate che ci ha dato i natali, ecc.

Immaginavo che solo in un mondo lontano come quello potesse accadere una zuppa di questo genere, come appunto avevo già visto in quei luoghi lontani.

I miei occhi hanno sempre visto l’Inghilterra come un paese avanzato, nelle idee e nel vedere il mondo in una maniera aperta.

Ecco, infatti, aperta: perché no?

E qua ritornano in mente le mie esperienze dell’Indonesia, dove appunto ho potuto riflettere sulla contemporaneità inconsapevolmente.

Gente, in quegli anni, che si accontentava di nulla con discrezione e dignità.

Lì ho vissuto le loro realtà per circa un quarto di secolo, facendo avanti e indietro con l’Italia.

Eppure, intorno a loro girava il mondo, ed è arrivato il mondo che chiamiamo contemporaneo.

Ora lì è più che “contemporaneo” e tutto accade in questo momento, in un vortice.

Konteporer, come si traduce in indonesiano.

Che peccato!

Ci sono state storie che ho vissuto così inimmaginabili, così primordiali, come quella di un uomo che prendeva le misure con il suo corpo: lui era molto grande e possente, mentre vicino a lui c’era un omino piccolo, magro, secco come un chiodo, che gli vendeva qualcosa che doveva essere misurata.

Io dissi: ma le misure di quest’uomo sono più grandi delle tue, per cui lui misurerà le quantità in un’unità maggiore, cioè più grande.

Io, uomo “contemporaneo” dell’Europa.

Lui mi rispose: sì, lo so! Ma lui è anche più grande di me, per cui le sue misure sono in proporzione a ciò che misura. Un elefante mangia di più di un topolino e dovrà avere uno spazio per vivere più grande, mi disse.

Ecco una storia, ma ne ho molte altre che forse non esistono più.

La nostra idea di contemporaneo è il centro di Londra, di New York, Parigi.

Guardare la città verso il basso da una parete di cristallo su di un grattacielo.

Sì, anche questa è contemporaneità, ma forse è una parola che non si deve usare più: è ormai obsoleta.

La velocità ha fatto tutto: ci possiamo trovare sulla navetta di Musk e poi possiamo trovarci, dopo qualche ora, nella giungla della Papua Nuova Guinea.

Il mondo non ha bisogno di contemporaneità: tutto gira intorno a noi e, come un vortice, porta via il massimo della tecnologia con il massimo del quotidiano, quello che si incontra per le vie del mondo. È come un po’ imparare da chi non ha mai studiato e che ci insegna cose di mondi ormai raccontati ai teorici dell’universo.

Ricordo un documentario clamoroso della BBC che portò dei giornalisti a fare un’esperienza unica, cioè a vivere come dei primitivi nella giungla con una tribù (credo Papua Nuova Guinea), e poi, viceversa, invitarli a Londra a vedere come i giornalisti vivevano a casa loro.

Beh! Incredibile.

Quando il re della tribù ha visto la chiesa di Saint Paul’s Cathedral a Londra, dopo essere entrato dentro la cattedrale, ha esclamato: “Sì! Questa è veramente la casa di un Dio.”

Mentre, camminando in un supermercato e scorgendo zampe di pollo nella plastica in un frigorifero, ha esclamato: “Queste sì! Le conosciamo e le conosciamo meglio di voi.”

Sapendo che a Londra c’era la regina, uno di loro ha chiesto di incontrarla, essendo anche lui un re, ma alla risposta di diniego ha esclamato: “Ma questo è un insulto nei miei confronti.”

In quel momento cosa era la contemporaneità?

Una regina che, in un mondo evoluto, vive una favola, ed un vero re che nel suo mondo ci può proprio stare. Chi è il contemporaneo!?

Nulla!

Una specie di rapporto tra persone che vivono cose diverse in realtà diverse, per cui tutto esiste ora!

La mia esperienza in paesi lontani mi ha portato a conoscere delle realtà che sono così astratte dalle nostre che non possiamo raffrontare e giudicare storie di secoli di immersione culturale diversa che non si possono sintetizzare con una parola.

Parametri diversi che sfiorano l’incomprensibile per ambedue i punti di vista.

In fondo, contemporaneo è quello che accade ora, e come ora accade, accadde mille anni fa.

L’uomo si copre con una foglia per non bagnarsi dalla pioggia come ora apre un ombrello.

Qual è la differenza?

È l’oggetto con cui si ripara, cioè l’accrescimento di tecnologia dell’oggetto, ma il senso è lo stesso: mi riparo dalla pioggia.

Questo accade anche nel mio lavoro da progettista: infatti, nella mia esperienza lontana in Indonesia, mi imbatto sempre su questo problema della tecnologia, che qui già esiste in forma diversa, ma arriva prepotente dalla nostra parte western come contemporaneità.

In questo paese si possono costruire edifici che non hanno bisogno di grandi tecnologie, proprio come spiegavo prima: la sapienza nella conoscenza del clima porta questa gente a costruire edifici freschi senza alte tecnologie applicate.

La contemporaneità tecnologica si fa da parte per dare modo alla necessità di abbattere i contrasti climatici ed offrire soluzioni antiche, quasi primordiali, per risolvere problemi che nel mondo contemporaneo avrebbero bisogno di una presa elettrica per alimentare aria fresca o calda. O come ancora crescere della vegetazione commestibile sul tetto di un edificio scolastico che ho realizzato nel 2000.

Una delle mie prime piccole costruzioni.

Cosa che ora sembra attualissima, ma quando l’ho realizzata era pura follia… Follia contemporanea?

Questo è un argomento che ci porta a riflettere e ripensare alcune soluzioni odierne che aiutano il nostro modo di vita troppo spinto e che deve frenare un po’ per riappropriarsi del tempo e dell’aria che respiriamo.

Ma questo è un argomento che racconterò la prossima volta, miei cari… Contemporanei.

La Soglia del Contemporaneo —

La contemporaneità