Superare il Contemporaneo

Il titolo di questa nuova rivista, alla quale aderisco volentieri su invito di Giovanni Papi che ringrazio, mi ha spinto a interrogarmi e ad approfondire il significato della parola “soglia” e il senso della frase “soglia del contemporaneo”. Il vocabolario della lingua italiana mi dice sinteticamente che soglia è il «luogo di cesura tra interno ed esterno e insieme punto d’accesso». Leggo ancora che «la soglia indica un confine permeabile in cui il limite e la finitezza non determinano un confinamento rigido, ma rappresentano, invece, la via verso un orizzonte sconfinato». Posso pensare, quindi, a un limite e insieme a un passaggio. E qui si pone la questione, la necessità e l’esigenza di chiedersi: passaggio verso che cosa? Un nuovo? Uno sconosciuto? O magari rifiuto e separazione per trovare un meglio e diverso?

E poi la parola contemporaneo, che possiamo pensare di datare agli anni Venti del Novecento, quando le strade dell’arte e dell’architettura si separarono nettamente. Da una parte gli artisti, coraggiosamente, abbandonarono la rappresentazione fedele della realtà, rompendo la figura per raccontare liberamente il sentire interno altrimenti sconosciuto, mentre gli architetti si legarono al pensiero funzionalista e razionale per rispondere ai bisogni delle nuove urbanizzazioni.

Lungo questa strada l’architettura è giunta al suo limite, realizzando i mostri della ragione, da Corviale a Rozzol Melara, dallo Zen a Tor Bella Monaca, e, più di recente, con gli sproloqui architettonici della non-ragione, proponendo nuovamente poche figure di architetto-artista, indicati con il termine mediatico archistar, liberi di proporre ogni fantasticheria formale.

Giunti dunque a questo punto di non ritorno, quale sarà la soglia del contemporaneo da varcare per andare verso il futuro possibile di architetture e città nuove?

In questo senso ho pensato di proporre questo mio articolo dal titolo Pensare, ideare, disegnare, già pubblicato nel numero 156 del quindicinale “nonmollare” del 7 ottobre 2024, che avevo scritto in risposta a un articolo di Marco Cianca intitolato Le colpe dell’architettura. L’articolo di Cianca, prendendo spunto dal crollo di una parte delle Vele di Scampia, avvenuto il 22 luglio 2024, delineava lo scenario di un’architettura e di un’urbanistica che, nate negli anni Venti del Novecento e cresciute fino agli anni Novanta, avevano evidentemente fallito, fino alla rappresentazione plastica del loro crollo. Le conclusioni del giornalista erano pessimiste e senza la visione di un futuro diverso; personalmente ho proposto, e ripropongo oggi, che «possa emergere finalmente il concetto di un rapporto non violento ma creativo con il mondo che superi il dato razionale come elemento assoluto di rapporto con la realtà e con il fare», ovvero che sia possibile superare la soglia del contemporaneo senza riproporre una coazione a ripetere.


Pensare, ideare, disegnare

Case che crollano… Segnali di un fallimento? Le Vele di Scampia cadono dopo poco più di cinquant’anni dalla loro ideazione e costruzione.

Leggo l’articolo di Marco Cianca: l’autore ci accompagna in un velocissimo, sapiente e originale viaggio attraverso la storia recente della cultura architettonica dell’abitare umano, per poi concludere chiedendosi: «Come si può progettare a dimensione d’uomo se non sappiamo qual è questa dimensione?»

«Pieno di merito ma poeticamente abita l’uomo su questa terra», ci rivela Hölderlin, ricordandoci l’apparente dicotomia tra il saper fare con razionalità e precisione e l’abitare poetico, che evidentemente è qualcosa di intimamente diverso e insieme profondamente umano. Forse, storicamente, gli architetti non hanno ancora scoperto quale sia la dimensione umana dell’abitare, ma certamente si può dire che fino all’Ottocento l’architettura ha fornito soprattutto un’immagine pubblica ed esteriore dell’abitare.

Dal castello del grande vassallo, che poteva essere realizzato con ben quattro torri, al castello del baroncino, al quale era concessa la presenza di una sola torre, il tema “architettonico” era l’affermazione di un’immagine pubblica, corrispondente all’importanza dell’abitante del maniero. I nobili signorotti, che si chiamassero Farnese o Barberini, realizzavano il loro “palazzone”, antico castello trasportato in città, edificio imponente e a volte inutile, che forse non avrebbero mai visitato interamente, senza curarsi del resto: edificio isolato e impenetrabile, per il popolo che viveva nelle strade e nelle case intorno era previsto al più un lungo sedile per una lunga attesa, aderente al muro del Palazzo, come vediamo in Piazza Farnese a Roma.

Poi, dall’Ottocento, la popolazione delle città si è decuplicata, ventuplicata e più, e di conseguenza sono aumentati i bisogni, innanzitutto quello di case. Gli architetti, che fino ad allora avevano progettato solo gli edifici pubblici e le case dei potenti, che avevano rappresentato l’immagine esteriore del potente del momento (certo non neghiamo l’importante ricerca comunque sviluppatasi sulle forme e sulle tecniche), non hanno trovato, possiamo ormai affermarlo, immagini per la nuova città, per i luoghi dell’abitare e per quelli della partecipazione collettiva e sociale: si sono limitati alla realizzazione dell’utile, realizzando macchine per abitare, dormire, mangiare e per ripararsi dal freddo.

Ecco che Laurentino 38 e Corviale a Roma, Secondigliano a Napoli, lo Zen a Palermo e Rozzol Melara a Trieste non sono né belli né accoglienti, mentre l’edificazione diffusa, affidata all’iniziativa privata, non ha il fascino degli antichi agglomerati, che erano nati dalle mani dei mastri che costruivano per le loro famiglie o per quelle dei vicini, case costruite in aderenza, in coesione non solo fisica. I nuovi quartieri residenziali non hanno mai raggiunto il fascino degli antichi vicoli di Trastevere che, seppure privi dei moderni criteri di igiene e vivibilità, offrivano quel continuum sociale e umano che si è perso nei quartieri dei palazzoni ottocenteschi e poi nella frammentazione operata dalle palazzine del Novecento.

Possiamo pensare che gli architetti non abbiano saputo rispondere alla richiesta di case per una moltitudine di persone, possiamo pensare che abbiano trattato male queste masse, sostenuti da «quella convinzione paternalista di poter intervenire sul bisogno di casa e sulle povertà, concentrando i propri sforzi intorno alla quantità e non alla qualità delle risposte», come sostiene Elena Granata citata da Marco Cianca nel suo articolo. Ma possiamo pensare, anche, che non siano riusciti a superare l’idea aristocratica del fare il palazzo per il principe.

Se vogliamo pensare a Le Corbusier come al responsabile primo dell’ideologia architettonica e urbanistica del Novecento, vediamo che i sostenitori e i detrattori dell’architetto svizzero sono numerosi e qualificati da ambo le parti. Zevi o Granata? «Non abbiamo gli strumenti per dire se avesse ragione lui allora o Elena Granata oggi», scrive Cianca.

I fatti parlano definitivamente da soli e il fallimento è certo: dal pensiero e dalla prassi di Le Corbusier, che concepiva la casa come machine à habiter e pensava che le Unités d’Habitation, fondate su questo concetto, avrebbero composto, insieme, la Ville Radieuse, deriva un modello di abitazione (normato anche da legge di Stato) che considera solo la funzionalità della casa e concepisce solo spazi utili per i suoi abitanti. Questa razionalissima impostazione ha portato, tra gli anni ’70 e ’90, alla costruzione di tanti quartieri di edilizia popolare i cui progettisti pensavano di proporre il disegno della città nuova. In realtà, ancora oggi, questi nuovi insediamenti appaiono opporsi all’armonica espressione della vita della comunità che vi si insedia, alieni al resto della città, indifferenti alla storia del sito, legati al paesaggio naturale soltanto dal patto di risparmio del suolo. Il rapporto tra le macro-dimensioni dei pieni e dei vuoti fa sì che gli spazi liberi per la socialità, strade, piazze, giardini, risultino di fatto spazi estranianti, terra di nessuno.

Nel Laurentino 38 Pietro Barucci pensava di riproporre, con i grandi ponti in cemento, la continuità dei borghi medievali; Fiorentino proponeva, con il Corviale sempre a Roma, «una nuova dimensione dell’habitat, che si ponga come radicale alternativa alla dispersione dell’attuale periferia, al ruolo subalterno a livello di uso e di immagine che riveste nei confronti del centro urbano, alla disaggregazione tra residenze e servizi e al declassamento sociale che la caratterizzano»; le Vele di Scampia nascono «con l’illusione che quei ballatoi richiamassero l’intrigo e la vita densa dei vicoli di Napoli». Ci sono riusciti? Certamente no, lo dimostrano i fatti.

D’altronde, pensiamo che la massa di persone abbia sempre fatto paura nella storia: nei tempi antichi le città venivano difese da alte mura; più recentemente, l’architettura rispondeva all’urbanesimo del diciannovesimo e ventesimo secolo ideando spazi che contengono e controllano. Non è un caso che Fiorentino, autore responsabile del Corviale, lo descriva come città fortificata e come una “diga” che doveva contenere e controllare «l’aggregato informe» della crescita senza controllo della città.

Dallo studio di questi esempi appare evidente come fare male possa dipendere non da incapacità ma piuttosto da un’ideologia sbagliata e da un rapporto violento con gli altri esseri umani, violenza come risposta, ovviamente sbagliata, alla paura.

Oggi, che si tratti delle nostre città dove l’emergenza è finita o delle città orribilmente e colpevolmente bombardate che dovranno essere ricostruite, dovremmo finalmente pensare e proporre immagini per ricucire quanto costruito o per comporre le città nuove. E a questo punto, mi spiace, voglio rifiutare assolutamente il pessimismo cosmico del giornalista che sostiene come ineluttabile un nuovo fallimento: «La ricostruzione, quando e se ci sarà, appare più un immenso business che l’occasione per un ripensamento abitativo. I mercanti di armi lasceranno il posto ai venditori di mattoni. O forse saranno le stesse persone», afferma Cianca.

Noi pensiamo, invece, che possa emergere finalmente il concetto di un rapporto non violento ma creativo con il mondo che superi il dato razionale come elemento assoluto di rapporto con la realtà e con il fare. L’effetto città deriva da un qualcosa di umano e impalpabile che non dipende soltanto dalla funzionalità delle case o dal corretto rapporto, definito standard urbanistico, tra le componenti che fanno gli spazi abitati, ma piuttosto anche da un quid indefinibile di fantasia e sapienza: quella del progettista che riesce a intuire e rispondere alle esigenze – e non soltanto ai bisogni – degli abitanti.

Ricordo quello che disse, già trent’anni fa, Oriol Bohigas, nell’inaugurare una mostra a Barcellona che esponeva tanti progetti che incitavano ad avere «Il coraggio delle (proprie) immagini». Bohigas, autore allora della rinascita di interi quartieri di Barcellona attuando il suo metodo di intervento per punti, che furono definiti “metastasi positive” foriere di nascita e crescita, si espresse in termini politici piuttosto che artistici denunciando l’indifferenza dello Stato – maggiormente quello italiano – nei confronti del fare artistico. Quindi il nostro impegno (e la nostra speranza) devono essere nell’incontrare un nuovo Lorenzo De’ Medici. E se non lo si trova… almeno cercare di inventarlo!

La Soglia del Contemporaneo —

Superare il Contemporaneo