Alla riscoperta di una pittrice romana: Novella Galeazzi

In seguito alla pubblicazione dei testi Due quadri dimenticati, Bottai e la Carta della Scuola del 2018 e Novella Galeazzi (1919-2004) e i due quadri del Miur del 2019, la famiglia della pittrice ha scavato nelle carte e nei documenti che la riguardano, riuscendo a ritrovare lettere e testimonianze di grande interesse, relative a un’artista sconosciuta, che si avvalse di un’unica personale a Roma nel 1942 per poi sparire di scena, continuando a dipingere ma, apparentemente, dedita solo alla famiglia e ai suoi compiti di moglie e madre nelle Marche, regione di residenza del marito marchese Castiglioni e regione nella quale l’artista visse prima da sfollata proveniente da Roma durante la guerra e, dal matrimonio celebrato nel 1945, in modo definitivo. Il principiare delle ricerche su di lei aveva coinciso con la riscoperta, nell’ambito della collezione del MIUR, di due opere dell’artista, chiaramente ispirate alla riforma bottaiana, l’esecuzione delle quali fu chiaramente propiziata da Antonio Galeazzo Galeazzi, suo padre.

A seguirla nella sua pratica pittorica era stato sempre il genitore il quale, sin dall’infanzia della figlia, ne aveva coltivato il talento, rifiutandosi però di avviarla a studi artistici regolari, seguendone egli stesso la maturazione e gli sviluppi, di fatto allontanandola dai suoi coetanei, dai maestri attivi in scuole e accademie, da contatti troppo ravvicinati con l’arte contemporanea. Novella era dunque stata curata come un enfant prodige, nutrita di spunti classici, di richiami museali, mentre il padre, che aveva vasti e ramificati contatti con gli ambienti intellettuali nella Roma degli anni Trenta e Quaranta, cercava di propiziarle premi, riconoscimenti, occasioni espositive. Antonio Galeazzo Galeazzi era un autore teatrale, conosciuto in quell’ambito frequentato pure da giornalisti, critici, animatori culturali e artisti. Infatti, almeno sino al 1942 e alla mostra ai Buchetti di via in Arcione di quello stesso anno, le tappe dell’arte giovanile di Novella furono sufficientemente valorizzate e rese note. La rassegna stampa relativa alla sua mostra fu lusinghiera e certo propiziata dai contatti famigliari, anche se, comprensibilmente, non mancarono le notazioni improntate a una certa prudenza e a giuste considerazioni sull’ancora acerba età dell’espositrice.

Il padre di Novella lavorava al Ministero dell’Educazione Nazionale negli anni in cui il dicastero era retto da Giuseppe Bottai, colui che facilitò l’assunzione, negli Istituti d’Arte, nei Licei Artistici e nelle Accademie di Belle Arti, di una pletora di artisti scelti per chiara fama, portando una ventata di novità in quel settore dell’insegnamento, che si aprì alle tematiche legate alla grande stagione che l’arte italiana visse in quel periodo. Grazie al ministro, Alberto Ziveri fu nominato docente di Ornato presso il Liceo Artistico Apuania, nello stesso liceo a Pericle Fazzini fu assegnata la cattedra di Figura. Angelo Del Bon insegnò Figura presso il Liceo Artistico di Milano, Carlo Socrate la stessa materia nel Liceo Artistico di Roma. Domenico Cantatore ebbe l’incarico di Figura al Liceo Artistico di Torino, Afro Basaldella quello di Ornato all’Accademia di Venezia, lo stesso insegnamento fu impartito da Quirino Ruggeri all’Accademia di Roma. Carlo Carrà insegnò Pittura all’Accademia di Milano, Cipriano Efisio Oppo a Roma, Primo Conti a Firenze, Felice Casorati a Torino. A Venanzo Crocetti fu assegnata la cattedra di Plastica presso l’Istituto d’Arte di Velletri, a Gaetano Martinez a Roma, a Dino Basaldella a Palermo. Tommaso Cascella insegnò Decorazione Pittorica all’Istituto d’Arte di Penne, Albino Galvano a Castellamonte, Umberto Lilloni a Parma, Carlo Stricoli a Napoli, Orfeo Tamburi a Marino, Ferruccio Ferrazzi all’Accademia di Roma, la stessa istituzione in cui Mino Maccari aveva la cattedra di Incisione. Si può dunque tranquillamente affermare che una buona porzione dei grandi artisti di allora fosse impegnata nell’insegnamento (i nomi citati si riferiscono alle assunzioni dirette promosse da Bottai e non tengono conto degli artisti già attivi all’interno delle scuole di allora, all’atto dell’assunzione del ministero del politico romano), suona dunque ancora più strana la decisione del padre di Novella Galeazzi di sottrarla a ogni contatto con la scuola, visto che la ragazza compì soltanto gli studi elementari.

Galeazzi rifuggì da tutto ciò e, per gli unici approcci culturali esterni che concesse alla figlia, scelse antiche istituzioni capitoline come la Calcografia Nazionale di Roma, dove insegnava, tra gli altri, Tarquinio Bignozzi, un incisore noto ma dedito a un’arte tradizionale, del tutto aliena da sperimentalismi e all’interno della quale la pittrice fu invitata a dare un saggio delle sue qualità in un’unica occasione. I quadri di Novella furono mostrati in Vaticano, ai Lincei, nell’ambito dell’Accademia d’Italia, occasioni in cui la pittrice veniva presentata come un fenomeno naturale e precoce, sostanzialmente slegato da ogni corrente e influenza coeva. Tali scelte, che forse al padre apparvero appaganti e lungimiranti, finirono invece per relegarla nell’ambito di una rassicurante arte da salotto, venata perennemente di un sentore di dilettantismo.

In realtà lo stile di Novella, seppur giovane e aliena da insegnamenti, sembrava mostrare le tracce di un ingenuo ma fascinoso iperrealismo, di marca più nordica che romana; i suoi ritratti, i suoi paesaggi, le sue nature morte, avrebbero potuto accostarsi all’ambiente del Realismo Magico se solo la ragazza fosse stata lasciata libera di approcciare le correnti a lei contemporanee. Ora, però, una memoria scritta da Novella nell’ultimo periodo della sua vita ci apre qualche spiraglio in più sulla sua formazione e sulla sua attività. Scriveva l’artista nell’ultimo periodo della sua esistenza, ricordando il passato:

“Ho iniziato a dipingere per la gioia e la felicità mia e per quella di mio padre, il Poeta Antonio Galeazzo Galeazzi, amico e maestro della mia carriera di pittrice. All’età di undici anni ho ricevuto il mio primo premio della Reale Accademia delle Belle Arti di Roma 1934. Gli amici di mio padre erano critici d’arte, pittori, scrittori, musicisti e sono stati anche i miei amici. Così conobbi Guttuso, varcai la soglia dello studio di Severini e Ceracchini che m’incoraggiavano e consigliarono mio padre di non farmi frequentare nessuna Accademia d’Arte, “sbagliando s’impara” dicevano, e io restai un’autodidatta. Con un autoritratto partecipo a un concorso femminile a San Remo nel 1938 e, più tardi, alla Quadriennale con il ritratto fatto a mio padre. Il 30 aprile 1966 la Soprintendenza alle Gallerie Roma II – Galleria Nazionale d’Arte Moderna Arte Contemporanea, mi acquista un paesaggio che viene esposto alla Galleria Nazionale stessa. Ancora nel 1942, nonostante la dichiarazione di guerra, allestisco ai “Buchetti” di Via Arcione, in Roma, la prima mostra personale. Subito dopo lascio Roma e mi trasferisco nelle Marche, precisamente a Cingoli, il Balcone delle Marche. Suggestionata dall’antica cittadina così ricca di scorci e di luce, seguito con entusiasmo a disegnare, a dipingere, a fare ritratti ai miei nuovi amici, tutto questo nonostante sporadici bombardamenti e… mancanza di ferri del mestiere. Nel ’45 mi sposo e rimango definitivamente nelle Marche, mentre la mia famiglia rientra a Roma. Passano gli anni e felicemente madre di cinque figli, dipingo, dipingo. A Falconara Marittima dove tutt’ora risiedo, partecipo a una mostra di pittura indetta dall’Azienda di Soggiorno e Turismo e vinco il primo premio di pittura (6-1-1966). Partecipo al Premio Marche, in Ancona, nel 1966. Nel 1975 prendo parte a una mostra personale al Circolo Culturale di Sirolo. A Falconara, nel 1982, mi unisco ad altri pittori per una mostra di beneficenza. Nell’83 espongo insieme a un gruppo di pittrici al “Falco Letterario” in Falconara. Iscritta presso il Gruppo Associato Culturale 83, di tanto in tanto mi aggrego come socia a varie mostre collettive. Nel 1984 sono invitata a esporre presso il Comune Aziendale Associativo C.I.G.A. in Ancona. E sempre a Falconara, anno 1987, presso il Gruppo Associativo Culturale 83 prenderò parte a una collettiva di pittura a tema libero e successivamente nel mese di dicembre a una mostra, “Il Sacro nell’Arte”. Circondata dal calore della mia sempre più numerosa famiglia, sollecitata dal buon successo nel campo della critica, e soprattutto aiutata dalla mia bella Arte, trascorrono per me gli anni e mi sento ancora giovane… dentro”.

Il brano è interessante per vari motivi: in base alle attuali conoscenze risulta essere l’unica memoria scritta da Novella Galeazzi sulla sua arte; infatti, l’artista pubblicò un breve brano sullo scarno cataloghino della sua mostra ai Buchetti a Roma nel 1942, ma per il resto gli scritti che la riguardarono furono sempre firmati da autori amici del padre su riviste e giornali oggi di non facile reperimento. Si può dire che anche in questo campo Antonio Galeazzo Galeazzi non scelse autori e riviste di punta, ma intellettuali legati ad antichi sodalizi e accademie, presenti su fogli di provata serietà e impegno ma dotati di scarsa circolazione e notorietà come, ad esempio, Aspetti Letterari, La Cronaca Prealpina, Le Cronache Scolastiche: il primo edito a Napoli dall’Istituto Meridionale di Cultura, il secondo a Varese e il terzo legato al Ministero dell’Educazione Nazionale, essendo infatti la rassegna trimestrale dell’istruzione media. Per quanto riguarda i quotidiani, va rilevato che essi si occuparono di lei in occasione della sua mostra del 1942 e in rare altre occasioni, soprattutto da quando la pittrice si stabilì nelle Marche, di fatto cessando la sua attività espositiva.

La memoria pervenutaci è dunque assai preziosa per ricostruire gli esordi di Novella, altrimenti destinati a rimanere nell’ombra. Assai significativo appare quel cenno fatto a Severini e soprattutto a Ceracchini, due artisti affermati, presso i quali la condusse il padre. Il primo era stato un grande rappresentante del Futurismo, si era trasferito a Parigi nel 1906 per poi approdare a un classicismo rivisitato nel pieno clima del ritorno all’ordine. Dal 1924 si dedicò intensamente all’arte sacra e negli anni Trenta si stabilì a Roma, vincendo il Gran Premio per la pittura alla Quadriennale del 1935, organizzata da Cipriano Efisio Oppo. È proprio in quest’ultimo periodo che Galeazzi e sua figlia lo incontrarono, prima che l’artista, deluso dall’ambiente culturale italiano, decidesse di tornare nella capitale francese.

Ci sono però alcuni dati che fanno pensare che, per Novella, l’incontro più interessante fosse quello con Ceracchini, artista toscano nato da una famiglia contadina, autodidatta, giunto a Roma e stabilitosi in uno studio di villa Strohl Fern, più tardi insegnante di pittura a Urbino, autore del ciclo di affreschi novecenteschi nella Basilica di Santa Rita da Cascia. L’artista, con uno stile raffinato e al contempo semplificato, attento a una realtà talmente accentuata da assumere echi irreali, attratto da accenti legati alla poetica del Primordio come da sfumature naïf rivisitate, era da sempre sensibile all’arte religiosa, una pratica alla quale anche la giovane artista era interessata, visto che ci giunge notizia di un’immagine devozionale da lei dipinta a Cingoli nel 1944, mentre era sfollata da Roma nelle Marche con la sua famiglia. Non solo: lo stile di Novella Galeazzi si avvicinava molto a quello di Ceracchini nell’iperrealismo, nella ricerca di una realtà traslucida, netta, densa di carica onirica. Ovviamente diversi erano il mestiere, l’esperienza, la pratica, che in Novella dovevano costantemente rimanere allo stato embrionale, supportati da un innegabile talento ma destinati a non svilupparsi mai del tutto, vista l’assenza di ogni insegnamento che non fosse quello amatoriale del padre, di contatti con altri artisti, di un’arte sposata interamente e non praticata nei pochi momenti liberi da una donna impegnata soprattutto come moglie e madre.

Più complesso da decifrare appare il riferimento che la Galeazzi scrive su Guttuso, un artista che non sembra avere avuto tangenze con l’ambiente frequentato da lei e dal padre. Va detto che questa impressione riguarda il Guttuso degli anni Quaranta, già schierato a sinistra e aderente al Partito Comunista clandestino, ma i contatti tra i Galeazzi e il pittore non possono che risalire agli anni Trenta: infatti, nel 1931 l’artista di Bagheria partecipò alla Prima Quadriennale di Roma, nel 1933 si trasferì una prima volta nella capitale per poi tornarvi nel 1937. Si è visto come Novella affermi di avere partecipato a un’edizione della Quadriennale (anche se nei regesti il suo nome, allo stato attuale delle ricerche, non risulta, essendo forse compreso in qualche esposizione collaterale della grande manifestazione), dunque può essere quello l’ambiente in cui lei conobbe quel giovane artista che già dai suoi esordi fu indicato come artefice destinato al successo e capace di aprire una nuova fase nell’arte italiana. È inoltre assai significativo che nei suoi ricordi quello di Guttuso sia l’unico nome citato accanto a quelli di Severini e Ceracchini, segno di un’impressione duratura, di un contatto che si voleva rimarcare.

La capacità retrospettiva di Novella Galeazzi di capire quali furono gli incontri che potevano indicarle un percorso e un’evoluzione fa rimpiangere ancora di più le occasioni perdute da parte di questa artista che non ebbe la possibilità di sottrarsi al suo ambiente e al suo destino; ad avvalorare queste ipotesi, accanto alla memoria scritta, ci sono anche ulteriori testimonianze. I familiari hanno infatti ritrovato alcune foto di quadri esposti nel 1942 e di cui si era perduta memoria, presenti solo nella lista delle opere esposte con il loro titolo. Si tratta di un Vaso con foglie simile a una corretta e pedissequa esercitazione, di una traslucida Natura morta con vaso, libri e fiori che ancora una volta rappresenta il punto di forza nell’arte di Novella, cioè la reinterpretazione della pittura seicentesca con echi iperrealistici. Lo stesso vaso compare in un quadro di fiori alla De Pisis che non possiede però neanche una piccola parte della verve del pittore ferrarese; seguono interni paesani e bozzetti rustici. Vale la pena però di soffermarsi in particolare su tre opere, particolarmente rappresentative in merito a ciò che si vuole dimostrare. Si tratta di tre ritratti: Il Generale dei Carmelitani Scalzi eseguito a olio e i disegni L’avvocato Bruno Cassinelli e Niccolò Paganini. Nel primo l’autrice rende con impressionante ultra-realismo i tratti del religioso, congelandoli in una visione fotografica da cui esula solo lo sguardo, vivido e attento. Il principe del Foro Cassinelli è invece raffigurato in un disegno vivace e immediato, in cui spiccano i capelli scomposti, il sorriso arguto, lo sguardo profondo, ma anche questa volta l’autrice non si discosta da un realismo assoluto, da ripresa su pellicola, ligia ai dettami di una fedeltà al vero più che anacronistica. Il pezzo più inattuale e scontato è il pleonastico ritratto di Paganini, ripreso da un’opera del ritrattista inglese George Patten (1801-1865), degno dell’album di disegni di un’inattuale signorina Felicita, attiva fuori tempo massimo, scontato omaggio alla famiglia di provenienza di Novella, che aveva annoverato illustri musicisti soprattutto nel corso del XVIII secolo. Si tratta di un’esercitazione assolutamente non adatta a essere compresa in una mostra personale, segno ulteriore della scarsa comprensione di un ambiente, quello delle esposizioni, che da sempre si avvale di regole severe e di un’assoluta capacità di autocritica e controllo. Tale sequenza illustra ancora una volta una visione provinciale e arretrata della pratica artistica, intesa anche quale captatio benevolentiae sociale, prigioniera di quei lacci e pregiudizi che non consentirono alla giovane artista di spiccare il volo, né allora né mai.

Pur essendo residente a Roma per lunghi anni, la pittrice rimase sempre nell’ambito di una famiglia tradizionalista e legata a una visione della società poco dinamica, le stesse caratteristiche che peraltro impedirono anche a suo padre di affermarsi nell’ambito teatrale, visto che rimase sordo ai richiami risalenti non solo a Pirandello ma anche a Rosso di San Secondo, Bontempelli, Ugo Betti. Lo stile di Galeazzi si mantenne sempre arretrato anche rispetto a taluni esiti della drammaturgia dannunziana, legandosi invece a una pericolosa retorica di stampo tardo-romantico e floreale, decisamente superata. Persino i testi di Giacosa, nato nel 1847, mentre Galeazzi era del 1891, appaiono al confronto assai più agili e inquieti, nutriti come sono di echi naturalisti francesi e di tensioni risalenti al dramma borghese.

Le scelte del padre influenzarono fortemente la figlia, che visse la sua stagione più creativa negli anni d’inizio del quarto decennio del secolo, quelli della guerra e della catastrofe nazionale, fatto che rese ancora più difficile il suo cammino artistico. Il matrimonio giunse poi a chiudere quella vicenda, relegando la pittura in una piccola parte dell’esistenza di Novella.

Accanto alla mostra ai Buchetti in Arcione, ecco dunque che la nota più interessante di quella breve stagione furono i due quadri donati al Ministero dell’Educazione Nazionale, uno del 1934, l’altro del 1941, opere colte alludenti al primato della cultura classica e alla riforma di Bottai, i cui temi non potevano che essere stati suggeriti a Novella dal padre; oggi uno di quei quadri appare gravemente danneggiato, in maniera forse irreversibile, con sofferenze sia nello stato del supporto che nella tenuta del colore, ma non manca di suscitare ancora interesse specie nella parte centrale, con la citazione figurativa del Codice Virgiliano dell’Ambrosiana. Quello del 1941, più grande, appare invece ben conservato ed è situato nelle stanze della direzione della biblioteca del Miur; l’opera ha il suo punto di pregio in una riuscita rivisitazione delle nature morte seicentesche, con i suoi vetri trasparenti, i legni brillanti, i tocchi pittorici ricchi e precisi, i colori smorzati ma armoniosamente irradianti. Vi figurano numerosi libri di legislazione scolastica tra i quali un posto d’onore è riservato al testo della Carta della Scuola, segno di un contatto tra l’attività di Antonio Galeazzo Galeazzi e il ministro in quel periodo, un motivo che sia Novella che il padre vollero del tutto cancellare all’indomani della seconda guerra mondiale, non ricordando mai i due quadri e non citandone in nessun caso l’esistenza, tanto che le opere sono state erroneamente attribuite, per anni e anni, a un fantomatico Luigi Novella.

La storia delle donne ha fatto negli ultimi decenni passi da gigante, anche in Italia; vicende come quella di Novella Galeazzi ci insegnano quanto ci sia ancora da scavare in molte trame esistenziali di genere, un lavoro che ha avuto come esiti notevoli, tra i tanti, il catalogo L’altra metà dell’avanguardia di Lea Vergine del 1980 e anche Il soggetto imprevisto del 2019; in tutti e due i casi si trattava però di artiste donne che avevano scelto le correnti progressiste, l’arte ribelle, le posizioni di sfida. Il continente delle artiste legate ai motivi della classicità, spesso con compromissioni politiche con le ideologie più tradizionaliste e conservatrici, è invece, almeno in parte, ancora sconosciuto, con le sue lusinghe e i suoi pericoli ma anche con motivi di indubbio interesse che chiedono di essere analizzati.

La Soglia del Contemporaneo —

Alla riscoperta di una pittrice romana: Novella Galeazzi