Hercule Florence: D’un Ordre d’Architecture – Ordre Brésilien ou Palmien

“…dritto in piedi come albero di Palma sono
radicato nell’humus fertile della terra.”
Zyineb LaawadJ

“Due palme insieme s’ergevano dal portentoso
aspetto, e l’una era più elevata dell’altra. Il
mondo intero con i rami maestosi copriva, e gli
astri più lontani con la chioma toccava.”
Ovidio

“Là ho vissuto in calme
voluttà, nell’azzurro circondato
dalle onde, da splendori e schiavi ignudi
che, intrisi di profumi, sventolando
le palme rinfrescavan la mia fronte.”
Charles Baudelaire

Dev’essere una prerogativa di chi si imbatte nei territori del Sud America occuparsi, prima o poi, non solo delle radici culturali di un popolo ancora lungi dall’essere scoperto nella sua interezza, ma soprattutto di quel mondo vegetale che non smette di suggerire nuove argomentazioni. Successe con Juan Borchers, che a Punta Arenas, nella parte più meridionale del pianeta, si occuperà della Morfologia del Eucaliptus[1], a Los Canelos (1957-1958); successe con Alberto Cruz in Cile; successe ancor prima con Hercule Florence, Le nouveau Robinson (ormai riconosciuto come colui il quale anticipa la parola Photografia), con un volumetto da lui redatto dal titolo significativo: Il 6° Ordine, l’Ordine Brasileiro, che tenta surrettiziamente di introdurre, appunto, un nuovo ordine nel patrimonio già complesso e affollato dell’architettura.[2]

Tentativi li troviamo già nell’opera di Juan Caramuel de Lobkowitz – solo per rimanere in ambito iberico – che, nelle tavole X, XIII, XV del suo De la Architectura civil recta y obliqua[3], fa intravedere già l’origine della colonna arborea, specificatamente nella figura della palma, come foriera di un nuovo ordine per l’architettura. In particolare, nella Lamina XII le palme poste ai lati dell’edificio non lasciano dubbi circa la loro collocazione come colonne in grado di delimitare uno spazio, cosa che succede anche nella perimetrazione di una sorta di giardino dell’Eden prospiciente il palazzo. Nella Lamina XV, dove si inoltra nella descrizione dell’archetipo, tutto risulta maggiormente palese. La capanna come origine dell’architettura è perimetrata da quattro palme, soggetto che ritroviamo proposto in diverse collocazioni spaziali in molte figure della tavola e che in basso riporta una capanna lignea con in evidenza i diversi “ordini” lignei e che in facciata presenta proprio l’ordine palmato in un tronco sbozzato di derivazione bramantesca. Sempre nella Lamina XV, Dell’Ordine dell’Architettura, così ci dice: «Si mostrano altri generi di abitazioni e come in alcune zone gli uomini vivono sopra gli alberi per timore delle bestie selvagge e di repentine inondazioni. Si capisce dalla Figura IV come in un primo tempo furono sistemati i tronchi di legno che oggi sono delle colonne ben tornite, e da dove nacque la differenza degli ordini che conobbero gli Antichi.»[4]

Senza risalire alle numerose presenze dell’ordine palmato che ritroviamo soprattutto nella cultura architettonica egizia – che ne aveva fatto un uso pressoché infinito – basti sfogliare il Fletcher o le future osservazioni in merito date da Joseph Rykwert nel suo magistrale La colonna danzante[5], ovviamente postume alle indagini di Florence, come si sa comunque lontano dalle traiettorie culturali dell’epoca, resta il fatto che Florence ci regala un delizioso manoscritto che qui riportiamo, inviato pour l’Académie Royale des Sciences, à Turin, con il titolo già citato: Essai d’un 6.me Ordre d’Architecture – Ordre Brésilien ou Palmien (1852, 29 septembre).

Nel novembre 1977 Pietro Maria Bardi pubblica nella rivista Arte Vougue Brasil il saggio di Florence, dimostrando l’interesse dell’autore per l’architettura[6]. È lo stesso precoce interesse di Bardi per l’opera di Florence: «(…) Fu durante la Spedizione (Langsdoff) che Florence ebbe l’idea di abbozzare un sesto ordine di architettura e lo chiamò Ordine Brasiliano o Palmiano, per aggiungerlo agli Ordini Dorico, Ionico, Corinzio, Toscano e Composito. Notiamo che l’inventore riservò la palma alla funzione estetica della colonna. È il capitello che interessa Hercule. Nell’ordine dorico il capitello è un elemento semplice compreso tra la colonna e la trabeazione; in quello ionico è decorato ai lati da due volute; nel corinzio, di foglie d’acanto; gli Ordini Toscano e Composito sono varianti dei precedenti.»[7]

Pietro Maria Bardi si inoltra in altre osservazioni non del tutto vere, come abbiamo visto, dichiarando che “Si l’idée de l’utilisation du palmier était neuve” – cosa non vera, ovviamente, visti i precedenti – e ci dice che l’idea dell’utilizzo di forme vegetali tipiche di un paese aveva i suoi precedenti negli Stati Uniti per opera dell’inglese Benjamin Henry Latrobe, il cui stile aveva contribuito a definire le architetture di Washington, invitato dallo stesso Jefferson e incaricato del completamento de le Capitole. Per il colonnato del vestibolo superiore disegna dei capitelli adattandoli alle foglie del tabacco, avendo già realizzato capitelli a forma di foglie di cotone.[8]

Ovviamente ogni architetto si adopera con i materiali che gli stanno accanto, vegetali o litici che siano; forse non a caso, a Caracas, ad esempio, si parla di Colonna Panciuta, che nasce anch’essa dalla forma di alcune specie di palme rigonfie alla base che suggeriscono una dilatazione dell’entasis conseguente. Ma veniamo alle parole di Florence: «Quando abbiamo visto la grande varietà delle orgogliose palme del Brasile, spesso gigantesche e sempre adorne delle ricche forme di pizzo del loro ordine, e quando vediamo ogni giorno quelle della provincia di San Paolo, tutto un ordine di architettura sembra emergere maestosamente nella mente. Tuttavia, solo pochi mesi fa mi è tornata in mente l’idea di un Ordine brasiliano. Dico che mi è tornato in mente perché già nel 1829, quando i francesi di Rio de Janeiro vollero festeggiare l’arrivo dell’imperatrice Amelia, eressero nella piazza S. Francisco una colonna di legno, ricoperta di tela, il cui capitello, realizzato di grandi foglie di palma, aveva la forma sotto indicata. Il mio amico, il signor maggiore Charles Taunay, mi ha detto che questo capitello faceva parte di un progetto di un sesto ordine di architettura a cui sarebbe stato dato il nome di Ordine Brasiliano. Nel mio deserto, da allora non ne ho più sentito parlare. Se questo progetto non venne seguito, credo di poterne intuire le cause implicite. Una colonna sormontata da un simile capitello non avrebbe alcun rapporto armonico con una palma; il tronco sarebbe troppo grosso e non assomiglierebbe al tronco slanciato e snello di questo grazioso albero. Perché ci fosse proporzione, la cupola dovrebbe essere almeno un quarto dell’altezza del tronco; ma allora non sarebbe più un capitello, sarebbe il porticato o la volta. Se volessimo progettare un elegante capitello di palme, non sarebbe impossibile, perché le palme sono eleganti, sia nel loro insieme che nei loro dettagli. I graziosi grappoli se sono due, tre o quattro; le foglie sfrangiate dei rami; le piume e le loro guaine, di cui la natura ha così civettuola dotato quest’albero incantevole, ecc., non mancherebbe senza dubbio nulla per fare un capitello degno di quest’albero; ma perché inventare un nuovo capitello quando si ha il capitello corinzio? A rigor di termini, poiché la palma rappresenta così bene la colonna e la volta, quest’ordine non ha bisogno di capitelli, e rivediamo un po’ le palme del Brasile.»[9]

L’ordine palmato è del resto così presente nell’immaginario – dalla religione all’archeologia, dalla numismatica alla letteratura – che, per mano dell’architetto Francesco Armogida, si presenta in tutta la sua maestosità e plateresca definizione nel retro abside della Chiesa di Sant’Andrea sullo Jonio, in Calabria: un’intera palma di mattoni a traguardare la linea dello Ionio. Ovviamente senza trascurare il suo colto precedente di Borromini a Santa Maria alle Fratte a Roma, o – solo per restare nella cultura islamica, che di palme se ne intende – quelle presenti nel chiostro di Villa Rufolo a Ravello. Esempio significativo di colonna panciuta lo ritroviamo nel portale d’ingresso di Palazzo Salerno del sec. XVIII a Francavilla Fontana, in Puglia.

Di prossima pubblicazione in: Marcello Sèstito, Grammatiche terrestri. Dendrologie architettoniche e utopie, Timia ed., Roma 2025, pp. 230–237.


Iconografia

Juan Caramuel de Lobkowitz, Architectura civil recta y obliqua, Vigevano 1668

Hercule Florence, studi di tipi di palme

Marcello Sèstito, Milano, 2025


Note

[1] Vedi Discurso breve para un estudiante de arquitectura. El taller de Juan Borchers. Los viajes de Juan Borchers, in CA, n. 58, luglio-agosto-settembre 1999, pp. 54-55. Los Canelos (1957-1958), Morfología del eucaliptus. Il progetto si proponeva un’investigazione intorno alla morfologia e al processo lavorativo dell’eucalipto, con un ambizioso programma di ristrutturazione territoriale del luogo da realizzare con modeste risorse economiche. Si veda inoltre Juan Borchers, Institución Arquitectónica, Editorial Andrés Bello, Santiago del Chile, 1968.

[2] AA.VV., Hercule Florence. Le Nouveau Robinson, catalogo della mostra, Musée National de Monaco, Monaco, 2017.

[3] Por Don Iuan Caramuel, De la Architectura Civil Recta y Obliqua, Diacronia, Vigevano, 1997.

[4] Ibid., p. 259.

[5] Joseph Rykwert, La colonna danzante. Sull’ordine in architettura, Scheiwiller, Milano, 2010, p. 111. In particolare sul tema della colonna sacra:
“Devo quindi fare una distinzione tra il betilo e la colonna che sostiene un carico, e tra la colonna lignea e il sacro albero. Un albero può essere definito sacro, scelto del tutto arbitrariamente come epifania. Tuttavia esiste un’intera categoria di oggetti artificiali, come per esempio l’albero di maggio, trattati come oggetti di venerazione in molte culture. Ho già indicato un tipo di albero simile rappresentato dagli assiri. Sembra essere stato un oggetto di culto comune, simile, come genere, al djed egizio, cioè un palo verticale, fatto di canne o legno e fibre intrecciate o tessuto, forse decorato con nastri e festoni, e fiori.”
E più avanti, p. 118: “Ma del resto non esiste alcun repertorio classico di forme di colonne egizie. Gran parte dei trattati di storia dell’architettura forniscono pochi esempi ben noti: la forma dritta con capitello a campana, quella rigonfia del fascio di giunco (forse collegata al djed), la foglia di palma e la colonna con capitello decorato con il volto di Hathor, e parecchie altre varianti minori.”
Cfr. anche pp. 217-220: La colonna come statua; il fascio di canne; il pilastro di Inanna; Hathor.

[6] AA.VV., Hercule Florence. Le Nouveau Robinson, op. cit., pp. 347-354.

[7] Ibid., p. 347.

[8] Ibid., p. 347. “Se dobbiamo credere alla sua introduzione, Florence intendeva inviare il suo testo alla Reale Accademia delle Scienze di Torino, che, va notato, non conserva nulla in merito. La conclusione è datata 1878. L’idea di utilizzare la palma era una novità, ma quella di impiegare forme vegetali tipiche di un paese aveva già avuto un precedente negli Stati Uniti: l’inglese Benjamin Henry Latrobe, stabilitosi alla fine del XVIII secolo e noto come raffinato interprete del revival classico — lo stile prescelto per la costruzione di Washington —, ricevette nel 1802, su invito di Jefferson, l’incarico del completamento del Campidoglio. Per il colonnato del vestibolo superiore disegnò capitelli ispirati alle foglie di tabacco, avendo già realizzato modelli a forma di foglie di cotone. Quanto a Florence, egli pensò alla palma, con l’originalità di immaginare una colonna ricavata dal tronco stesso dell’albero.”

[9] Dalle pp. 346 e seguenti riportiamo dal manoscritto di Hercule Florence inviato all’Accademia Reale delle Scienze di Torino. Florence propone, attraverso i suoi disegni, alcuni tipi di palme che così descrive: “Jervà, Guariròva, Palmito, Bocajùva, Buritì, Guaguaçù, questi disegni, fatti a memoria, in un momento in cui non ho a portata di mano gli studi di viaggio, danno solo un’idea imperfetta, addirittura errata, della realtà. Ora che l’ordine delle palme mi è venuto in mente solo trentacinque anni dopo aver viaggiato attraverso il Brasile, non riesco a ricordare tutte le specie di palme che ho visto. Il Guaguaçu (Guà, palma; guaçu, grande, lingua indiana), è una superba palma che si erge più alta delle altre, i cui rami, senza piegarsi verso terra, formano un fiero pennacchio che guarda verso il cielo.” In altri disegni descrive: Pindòva de front, Pindòva de profil, Açaï, Tarumà, Endaià, Carandà épineux. Non dobbiamo credere di vederlo mescolato con altre specie. Il genere palmien è particolare in quanto ogni specie ha la sua zona, la sua regione. I Jerivà e i Guariròva abitano i boschi di San Paolo e hanno lo stesso aspetto; solo che le noci di cocco di questa sono più grandi di quelle della prima. Cominciammo a vedere la Bocajuva e la Buritì a Camapuam, e diventano più belle avanzando verso il Paraguay e le sue sorgenti. La Carandà, graziosa e grande palma il cui tronco è spinoso, si è mostrata quando attraversammo le campagne di Villa Maria. L’Endaià non ha tronco; la sua cupola, grande come le altre, resta a terra, come una beduina. L’ho vista solo a Endaiatùba (tuba, abbondanza), seminata in mezzo ai campi che circondano questo borgo. Ho ancora un dubbio che vorrei chiarire a favore delle palme in generale: questi alberi, così alti e snelli nelle foreste vergini, rimangono più piccoli quando crescono in mezzo ai campi. L’Endaià deve la sua bassa statura a questa circostanza? Già che siamo in tema di palme, parliamo di un’idea che i pittori europei hanno quando ritraggono questi alberi nei paesaggi del sud. È come se non riuscissero a fare una palma dritta senza affiancarle una contorta. È un errore evidente, perché le palme sono sempre dritte come colonne, tanto che, se in gioventù diventano orizzontali a causa di una frana, da davanti a dietro tornano verticali, come mostrato qui a fianco. Se vi capita di vedere una palma contorta, è estremamente raro. È giunto il momento di raccontarvi cosa mi ha dato l’idea dell’Ordine brasiliano. Quando mi trovavo a Santa Anna da Chapada, nella provincia di Matto-Grosso, nel 1857, un giorno andai a fare una passeggiata in una foresta vicina. Mi sorprese vedere, all’improvviso, un albero sottile, dritto all’estremità, come quello di un padiglione, che portava alla sua estremità una massa pendente, verde, pelosa e fluttuante, come le code dei cavalli che i turchi usano come stendardi.
Non riuscivo a spiegarmelo; presto ne vidi due, tre, e infine ne vidi uno che, presentandosi sotto un altro aspetto, mi fece capire che si trattava di una palma i cui rami erano in un unico piano, come un Santissimo Sacramento. È stata una cosa meravigliosa per me, perché ho potuto constatare che la natura ama la più ricca varietà possibile. Le tante belle palme che ho visto non erano sufficienti per la natura; ha dovuto anche creare palme piatte, come se i rami o le palme fossero cresciuti tra due assi! Ho visto scritto davanti a me che ha potere discrezionale. Era lei stessa a parlarmi. Guardavo quella palma con lo stesso interesse di chi vede la neve e i ghiaccioli per la prima volta. Tutto ciò che è nuovo ci piace come una scoperta. In architettura non c’è niente di più bello della palma che funge contemporaneamente da colonna, capitello, arcata o volta, ma niente di più incoerente. Più di una volta l’arte ci presenta cose molto belle, alle quali bisogna assolutamente rinunciare, perché non possono essere associate al senso comune. Senza dubbio, un colonnato di palme di pietra sosterrebbe perfettamente un pavimento, una galleria, una trabeazione, un intero edificio; ma sarebbero le Grazie o le Muse a sostenere il mondo. Possiamo ammettere le Cariatidi, una bella invenzione dove sappiamo unire forza e bellezza; ma voler solo palme eleganti, flessibili come l’aria, per sostenere strati di pietra sarebbe pretendere che le Muse o le Greche inchinassero la fronte divina sotto il peso dell’Atlante classico. Ma anche qui la natura ci offre la sua eterna sollecitudine. Da quando ho visto la Pindòva, la palma piatta della Chapada, ho pensato di tanto in tanto all’Ordine brasiliano, o palmiano (pilastro quadrato decorato con la palma Pindòva). Il pilastro quadrato, proporzionato come la colonna, è indispensabile da molto tempo almeno all’Ordine brasiliano. La palma Pindòva è l’unica che può essere applicata lì in virtù dei suoi rami fissati su un unico piano. Sarà quindi rappresentata in rilievo, addossata al pilastro, e questo sostituirà nel suo ordine la colonna. Sul fregio è rappresentato il più grande degli uccelli, il Condor. Residente in Perù, non manca di frequentare la provincia di San Paolo. Ne sono certo, perché a Jundiahy mi è stato detto che un condor aveva sospeso una pecora a quindici piedi da terra, e a Porto-Feliz ho visto da Francisco Alvares gli artigli di uno di questi avvoltoi che era stato ucciso quando voleva rapire un bambino. Alcuni anni dopo conobbi personalmente un uomo di età compresa tra i venticinque e i trentasei anni, di nome Joaquim Mestre, che era stato questo bambino. Sappiamo che il condor ha venticinque piedi di apertura alare. Come chiariscono gli autori del catalogo, durante le ricerche effettuate per questo catalogo, presso l’Accademia delle Scienze è stata rinvenuta una versione fotocopiata del manoscritto. Ciò conferma che Florence inviò la sua opera, anche se purtroppo non è stata ritrovata la provenienza. Tuttavia furono recuperati una serie di altri documenti che testimoniano, tra il 1831 e il 1860, un trentennale scambio epistolare tra Florence e l’istituzione torinese. L’indagine ha consentito inoltre di rinvenire nei “Registri per la valutazione delle richieste di privilegio”, conservati all’Accademia delle Scienze, le sentenze rese dall’istituzione in merito alle domande di brevetto depositate da Florence.

La Soglia del Contemporaneo —

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